Lo spazio bianco
La differenza tra 01 Distribution (Rai) e Medusa (Mediaset)? La prima regala qualche bel film, la seconda qualche schifezza. Vuoi per la collaborazione con Fandango (in questo caso), vuoi per la maggiore selettività della 01 Distribution, film belli ne vengono sfornati ogni tanto. Ed Italiani.
“Lo spazio bianco” è la pellicola presentata a Venezia dalla regista Francesca Comencini, figlia del regista Luigi Comencini e sorella di Cristina Comencini. La protagonista è Margherita Buy, che sfodera una prova d’attrice straordinaria. La storia è quella di Maria (Margherita Buy, appunto), insegnante quarantenne di Napoli. Maria è sola, senza genitori né fidanzati, e passa i pomeriggi al cinema (meravigliosa una frase del film: “La mia vita fa schifo come la tua, ma io ho la soluzione: il cinema”). Proprio grazie al cinema incontrerà Pietro, “ragazzo padre” con cui avrà una relazione (così dovrebbe essere ufficialmente, in realtà nel film come spesso accade ci sono questi due sconosciuti che dopo 10 secondi si baciano e dopo altri 10 sono a letto, ma vabbè, ci atteniamo alla trama). A questo punto Maria rimarrà incinta, ed è qui che inizia il film fondamentalmente. Inizia qui perchè qui si passa allo “spazio bianco” del titolo, a quello spazio tra la vita e la morte. Irene, la figlia di Maria, nascerà prematura al sesto mese, ed ecco che quindi la protagonista dovrà passare ben cinquanta giorni della sua vita ad aspettare, una cosa che proprio non lei sa fare. Lascerà l’attività di insegnante ed ogni altro svago per restare accanto alla figlia, in questi due interminabili mesi. Se già dalla trama si può intuire, vedendo la pellicola si può avere conferma del fatto che questo è un film emozionante. Ma non solo: riesce ad essere delicato, toccante, intenso, pieno di umanità e con una grande anima. Molti potranno superficialmente considerarlo “lento”, ma in realtà dietro quella apparente “lentezza” (che è comunque soggettiva) si nascondono le sensazioni di una madre che si ritrova all’improvviso in una situazione di questa stranezza e incertezza. E’ un film ben rappresentato, ed il merito principale è sicuramente della bravissima Margherita Buy, che dopo questo film mi ha convinto definitivamente. Qui non ha il classico ruolo della depressa (l’ho sempre vista in storie in cui impersonava questo tipo di personaggio), ma anzi ha un ruolo forte, in cui dimostra tutta la forza e tutta la speranza che una donna può avere. E poi c’è la regista, la Comencini. E’ riuscita a mettere su un film girato benissimo, dove non c’è l’effetto “Operatore della cinepresa, fermati un attimo!” che ho avvertito mio malgrado ultimamente in diverse pellicole. E’ ottima la sceneggiatura (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella) così come il montaggio che riesce a non “spezzare” drasticamente il film (qualcuno ha citato “Baarìa”?) ma anzi a tenerlo unito grazie anche ad una colonna sonora strepitosa. Grazie a brani di Ella Fitzgerald, Nina Simone, Blondie e Cat Power tra le altre (io mi sono già innamorato di “Where is my love” di Cat Power per l’appunto), la colonna sonora al femminile contribuisce a regalare momenti di grande emozione. Proprio qui sorge una delle “obiezioni” della critica (ma lo considero più un appunto) ed al tempo stesso una delle ragioni per cui la pellicola non ha avuto e non avrà vita facile in termini di incassi (purtroppo): è un film femminile. Femminile al punto tale che i maschi non ci sono, e quelle poche volte che ci sono non fanno una bella figura essenzialmente. La regista ha spiegato che la scelta non è stata fatta per denigrare il genere maschile, io aggiungo: “E anche se fosse? Chi se ne frega!”. E’ una pellicola cinematografica, punto. Un film può piacere o non piacere, può essere maschilista o femminista, ma è comunque uno spaccato di vita e per questo va rispettato. L’importante è la qualità, è quello che viene raccontato e come viene raccontato. Il cinema è profumo di libertà, oltre che arte: un’arte universale per esprimersi. Un’arte che va preservata e conservata, sempre. L’ultimo appunto di una critica che ho letto è stato quello del senso di incompiutezza che lascia la pellicola una volta usciti dalla sala. Devo dire che può accadere, può accadere a chi ha bisogno di un film in cui succedono una miriade di cose e tutte con una fine ben precisa. Per quanto mi riguarda, le sensazioni che ho provato uscito dalla sala non sono state dovute ad un’incompiutezza della storia, quanto ad un finale che avrei fatto diversamente (avrei eliminato l’ultima scena, ovvero l’esito della storia, posso dirlo?). Paradossalmente sarebbe stata più incompiuta la mia visione della conclusione della vicenda, rispetto a quella della Comencini, che racconta praticamente tutto (e troppo, per come la penso io, ma comunque con riferimento solo al finale per fortuna). “Lo spazio bianco” tuttavia rimane un gran bel film, che meriterebbe di più. Fortemente consigliato. E scusate, se anche questa recensione a qualcuno parrà incompiuta.
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Uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Margherita Buy è semplicemente grande.