Videocracy – Basta apparire
Presentato ed acclamato alla Mostra del cinema di Venezia, in 40 sale “Videocracy” ci è arrivato: il tanto chiacchierato documentario sulla televisione italiana è qui. Partiamo dall’inizio: Repubblica dà la notizia che la Rai ha rifiutato di mandare in onda nei suoi canonici spazi riservati al cinema il trailer di “Videocrazy – Basta apparire”, un documentario sulla televisione italiana ed il suo rapporto con la politica. Motivazione: “Non c’è un contraddittorio”. O_o Qualsiasi persona di buon senso e sana di mente potrebbe dire: “Un contraddittorio? Nel trailer di un film cinematografico?”. Be’, bisognerebbe riscrivere tutta la storia del cinema allora, non trovate? Nel trailer di ogni film quindi, secondo la Rai, ci dovrebbero essere necessariamente il buono e il cattivo, il diavolo e l’acquasanta, il forte e il debole, la pace e la guerra, e via discorrendo a seconda del genere di film. Tutto ciò ha senso? No.
Ma veniamo all’oggetto della recensione: “Videocracy” si apre con le immagini della rivoluzione televisiva italiana (ed anche culturale, secondo la condivisibile tesi del regista). Donne che si spogliano, spettatori “eccitati” dalla cosa, battute varie ecc. Tutte cose che vediamo molto spesso in tv (viene mostrato anche il “defilèe” di “Ciao Darwin”, esempio perfetto della situazione appena descritta). L’autore ritiene che questa rivoluzione televisiva iniziata trent’anni fa dal “presidente” abbia comportato un decadimento della società, dei suoi valori, una rivoluzione culturale in negativo. L’80% degli italiani si informa principalmente attraverso la televisione, e la televisione in Italia è Silvio Berlusconi. Per farci entrare di più nella vicenda il regista decide di raccontare la storia di Ricky, che poi è finito tra i “talenti incompresi” di X-Factor. Il ragazzo intervistato ha, come molti, il desiderio ossessivo di entrare in televisione, di rendersi popolare, di farsi vedere. Ritiene che andando in tv si è visti da tutti, si acquista fama, e che grazie alla televisione si vive per sempre. In realtà Ricky è un operaio che ha la passione per le arti marziali, e si chiede: “E perchè io dovrei passare tutto il resto della mia vita a fare l’operaio?”. Poi continua affermando che le ragazze in tv rubano il posto ai maschi, perchè scendono a compromessi. Come già detto Ricky riuscirà per pochi minuti a realizzare il suo sogno, anche se forse non nel modo che voleva lui. A Berlusconi è affidata la prima parte del film e, dato che il documentario è stato realizzato per gli svedesi, per noi italiani non c’è niente di nuovo. Viene più volte ripetuto che in Italia televisione e politica coincidono. E poi qualche risata, quella sì, perchè vedere la campagna elettorale “Meno male che Silvio c’è” qualche sorriso lo strappa per forza. Tutte donne nel video tra l’altro, come mi facevano notare. “Videocracy” è stato accusato di essere superficiale e sommario, ed è in parte vero. Non vengono analizzate la carriera politica e la vita di Berlusconi nel dettaglio, si rimane sempre sul generale, è un riassunto del riassunto diciamo. Paradossalmente trovano più spazio personaggi come Lele Mora e Fabrizio Corona, ai quali è dedicata la seconda parte. Mentre Corona spiega il suo modus operandi (“vado lì, dico quattro minchiate…”), il primo ci mostra allegramente video fascisti sul cellulare, affermando con orgolio di essere mussoliniano. Alcuni critici lo hanno accusato di una certa lentezza nel montaggio ma, aggiungo io, è un documentario, mica un colossal americano con effetti speciali! Gli stessi critici hanno anche affermato che alcuni giovani vedendo questo film potrebbero vedere Corona come esempio da seguire. Ritengo questa affermazione un’idiozia per due semplici motivi: il primo è che le uniche persone giovani che potrebbero andare a vedere questo film (oltre a quelli che sono giovani fuori ma grandi dentro, e si interessano anche ad argomenti politici) sarebbero le ragazzine, se si spargesse la voce che in una scena viene mostrato Fabrizio Corona completamente nudo; il secondo è che comunque di Corona viene data un’immagine tutt’altro che positiva (e vabbè, ci sono sempre le interpretazioni, ma a me il dato appare quantomeno lampante). La durata della pellicola non è eccessiva, anzi: 85 minuti che scorrono via in un lampo tra risate (“C’è poco da ridere…”, diceva il custode del cimitero in “Bianco, rosso e Verdone”) e riflessioni. Traendo le conclusioni, “Videocracy” non è niente di nuovo per persone bene informate. E’ un ripasso, un ripasso comunque doveroso, e come ha scritto L’Unità: “A voler censurare Gandini (il regista, ndr) dovrebbero essere gli albergatori, non la Rai.”. Sì, perchè dopo aver visto questo documentario molti svedesi forse andranno in ferie da qualche altra parte.

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