Il cinema di Giuseppe Tornatore è pure poesia. Sempre. Anche in questo caso, il regista siciliano ci fa emozionare e sognare come solo pochi altri registi riescono a fare. Definito “il più americano dei registi italiani” e “successore di Sergio Leone” dal Morandini, Tornatore con questo “La leggenda del pianista sull’oceano” sforna un altro capolavoro, all’altezza di “Nuovo cinema paradiso” e delle altre sue pellicole. La storia è quella di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, un uomo nato, cresciuto e vissuto sul transatlantico Virginian. Il nome così lungo deriva dalle seguenti circostanze: Danny Boodmann è il nome dell’uomo di colore che si è preso cura di lui e gli ha fatto da padre fino ad un certo punto; T.D. Lemon sono le lettere che erano scritte sulla culla nella quale stava dormendo; Novecento perchè è stato ritrovato il 1 gennaio 1900. La parte iniziale della pellicola, quella dell’infanzia del protagonista, è quella un po’ più lenta, noiosa (è una delle parti del film ridotta nella versione internazionale a causa di una clausola imposta a Medusa dagli americani). Si mostra la complicità tra Novecento ed il suo “padre” Danny Boodmann (soprattutto nelle scene in cui Novecento impara a leggere e Danny ride perchè il bambino legge nomi di cavalli) ed il modo in cui T.D. Lemon vive sulla nave. Il bambino infatti vive praticamente isolato, nascosto, giacchè “invisibile”: è come se non fosse mai nato, non ha documenti, nessun anagrafe, ospedale, o qualsiasi altra struttura lo conosce e, come viene detto durante il corso della storia, se si presentassero i genitori potrebbero anche accusare l’equipaggio di sequestro di persona. In parallelo all’infanzia/adolescenza di Novecento, viene mostrato il racconto che di lui fa l’amico fraterno Max al proprietario di un negozio di strumenti musicali, al quale lo stesso Max decide di vendere la sua tromba. Sono due personaggi (Max ed il proprietario del negozio di strumenti musicali) che sono fondamentali per la narrazione della storia. La voce narrante che attraversa tutta la pellicola è infatti quella di Max, voce narrante che ad alcuni può piacere e ad altri no (a me in genere non piace) e fa somigliare il film ad un libro in alcune parti (la pellicola è tratta dal monologo teatrale “Novecento” di Alessandro Baricco). Per la verità, questa “sovrapposizione temporale” (definizione forse impropria ma che aiuta a capire di cosa parlo) e le ambientazioni a tratti potrebbero ricordare alcuni momenti di “C’era una volta in America”, l’ultimo epico film di Sergio Leone. Che il cinema di Leone e Tornatore abbiano dei punti in comune, almeno sul piano delle emozioni, non vi sono dubbi. Le parti centrali e finali del film sono quelle che mostrano maggiormente la maestosità dell’opera del regista siciliano, della grandezza di questa pellicola. Viene raccontata l’età adulta di Novecento, con le scelte, le riflessioni, gli imprevisti di questo stravagante personaggio. Tante scene memorabili, tra cui quella del duello di pianoforte, del pianoforte in movimento, della dolorosa scelta finale di Novecento, dell’esecuzione del tema d’amore. E’ proprio l’assenza di una vera storia d’amore a differenziare questo film di Giuseppe Tornatore dai suoi altri lavori. Se infatti in “Nuovo cinema paradiso”, “L’uomo delle stelle” e “La sconosciuta” erano presenti più o meno costantemente storie d’amore, qui l’unica scena “romantica” in senso stretto è quella a cui accennavo prima, ovvero l’esecuzione e la conseguente registrazione del tema d’amore eseguito da Novecento. Il motivo per cui egli eseguirà un tema d’amore non è affatto casuale, ma è dovuto al fatto che stavolta il suo sguardo non si perderà nell’infinità del mare ma negli occhi di una ragazza, con il quale cercherà di venire a contatto successivamente. Diciamo che stavolta la storia d’amore tra uomo e donna è un po’ tralasciata (cosa che va accolta positivamente per il semplice e solo fatto che è un elemento che come già detto differenzia questo lavoro di Tornatore dagli altri) ma, aggiungo io, la vera storia d’amore c’è lo stesso: è quella tra Novecento e la musica. Un amore che di sicuro vive dalla nascita anche Ennio Morricone, compositore delle colonne sonore di questo film. Un anno di lavoro è costata a Morricone questa colonna sonora, e non ci si stupisce di questo data la mole di musiche presente. E’ una pellicola raccontata dalla voce narrante e dalla musica sostanzialmente, è la musica la vera protagonista del film. Se già in tutti i film a cui partecipa Morricone da’ un grande contributo, qui questo contributo è ancora maggiore. Sicuramente. Da sottolineare anche la sceneggiatura, che offre dei dialoghi davvero profondi, che lasciano riflettere lo spettatore. Prodotto da Medusa e costato la bellezza di 40 miliardi di lire (è del 1998), “La leggenda del pianista sull’oceano” è un film intenso, emozionante, come nella migliore tradizione di Tornatore. Imperdibile.
Che cosa hai fatto per tutti questi anni? (Max Tooney)
Ho suonato. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)
Da una nave si può anche scendere, ma dall’Oceano… (Max Tooney)
Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)
Perché perché perché perché perché… Ho l’impressione che sulla terra sprechiate troppo tempo a chiedervi troppi perché. Di inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate. Di estate avete paura che torni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove non siete: dove è sempre estate. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)
Santa Rosalia! Miracolo! – Ma quale Santa Rosalia, la Madonna di Lourdes è! La Madonna di Lourdes! (La folla degli emigranti)
Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine…
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
Era tutto molto bello, su quella scaletta… e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max
È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi… In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine.
C’era tutto.
Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita.
Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se tu.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai… Quella tastiera è infinita.
Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna.
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce, e quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato a vivere in questo modo.
La terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.
Non scenderò dalla nave.
Al massimo, posso scendere dalla mia vita. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)
Jelly Roll (Clarence Williams III) e Danny Boodman (Tim Roth)
Danny: Lei è quello che ha inventato il jazz, vero?
Jelly: Così dicono. E tu sei quello che suona solo se ha l’Oceano sotto il c**o,vero?”
DAnny: Questo lo dico io.
Danny Boodman (Tim Roth)
In c**o il regolamento!
Max (Pruitt Taylor Vince)
La vita non sarà immensa, ma almeno vale la pena di viverla
Max (Pruitt Taylor Vince)
Come si fa ad essere felici in un luogo che non si muove!? L’immobilità è la morte; la vita, l’amore, i sogni, tutto è movimento…
Danny Boodman (Tim Roth)
Ma come vuoi che creda a un mondo perfettamente immobile!?
Danny Boodman (Tim Roth)
E in c**o anche il Jazz!
Peter Vaughan
Non mi piacciono i segreti: sanno di mutande sporche.
Danny Boodman (Tim Roth)
Fumala tu, io non sono capace…
Danny Boodman (Tim Roth)
I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati.
Danny Boodman (Tim Roth)
Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita.
Se non sai cosa stai suonando allora è jazz
a vedi quella signora seduta laggiù deve essere tedesca…guardala…non sembra una che ha ucciso il marito con la complicità del giovane amante e sta fuggendo con tutta l’eredità…questa musica non le somiglia? e lo vedi quello li? sembra uno che ha troppi ricordi, la testa gli scoppia e non riesce a dimenticare niente…questa è la sua musica (Danny)

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