Si può fare
“La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi.”
Questa frase de “La coscienza di Zeno”, romanzo di Italo Svevo, sintetizza al meglio il messaggio di questo grande film. “Si può fare” è tratto da storie vere, quelle delle cooperative degli anni ‘80 nate in Italia dopo la chiusura dei manicomi. E’ un viaggio nella mente umana, nelle esperienze di vita che tutti noi facciamo, un viaggio affascinante. I fatti si svolgono nella “Cooperativa 180”, 180 come la legge che chiuse i manicomi. Un gruppo di persone comunemente chiamate “matte” vive, o meglio, sopravvive, in questa struttura gestita dal dottor Del Vecchio e che poi viene (per fortuna) presa in mano da Nello, interpretato da Claudio Bisio. Del Vecchio crede che alla pazzia non ci sia scampo, che vada curata con i farmaci e basta. Incarica quindi Nello di gestire la struttura dando ai malati qualche passatempo, ma nulla di più. Di tenerli sotto controllo e basta insomma. Ma Nello farà molto di più. Superata la non brillante accoglienza iniziale, trova a queste persone un lavoro: quello con il parquet. Un lavoro che si decide tutti insieme, in una “assemblea dei soci” nel pieno dello spirito da sindacalista di Nello. Perchè infatti ciò che questo personaggio riesce a fare, è quello di far emergere la vena artistica di questi malati, che con il parquet riescono a fare disegni molto suggestivi. L’idea è vista all’inizio non molto bene, per via della malattia di questi lavoratori speciali, ma con il tempo le cose miglioreranno. Tralasciando la storia (straordinaria, ma che avrete modo di scoprire voi stessi guardando il film per non rovinarvi nessuna sorpresa), va fatto un grande grandissimo applausi agli attori. I matti innanzitutto. Sono i veri protagonisti, un unico personaggio oserei dire, e solo vedendoli si può capire il loro talento. Sono tanto, tanto, tanto verosimili ai personaggi che interpretano, sembrano davvero dei matti. Claudio Bisio ha confidato di non sapere, all’inizio delle riprese della pellicola, che queste persone fossero attori. Attori che hanno avuto una lunga preparazione di due mesi in un ex manicomio prima di iniziare a girare il film, coadiuvati ovviamente dal regista Giulio Manfredonia (complimenti anche a lui). Incarnano i tic tipici dei cosiddetti malati di mente, sia gestuali che verbali, ma come ho detto senza vederli non si può capire la loro grandezza. Sempre sul piano della recitazione la fa da padrone anche Claudio Bisio, che poi è colui che darà una nuova vita a queste persone. Rivederlo l’altra sera per un attimo a Zelig mi ha spiazzato, per quanto bello sia stato il ricordo che questa storia mi ha lasciato. Anche lui calato al meglio nel personaggio, non c’è che dire. Quello che non ho detto ancora è che questo film, come si dice a Roma, “è un taglio”, ovvero fa morire dalle risate. Seppur la storia in alcuni tratti sia molto triste, è incredibile e straordinario come si riescano a fondere l’anima tragica e quella comica, in un mix unico e raramente visibile in una pellicola. Si ride e si piange insomma, come insegna il grande Charlie Chaplin. Non ho parlato dell’idea geniale dei distributori di questo film: far compilare agli spettatori in sala un questionario. Ebbene sì, un questionario con alcune domande tra cui: “Come sei venuto a conoscenza di questo film?”, “Quali sono state le tre scene da te preferite?”, e via discorrendo. E’ questo lo spirito giusto, sia da un punto di vista cinematografico che meramente legato alla distribuzione. Far sentire che l’opinione della gente riguardo ad un film conta qualcosa è importante, fa sentire la gente importante (io mi sono sentito per un attimo un critico cinematografico, finalmente) e la rende partecipe alla storia ed alla pellicola. Ovviamente non sarebbe possibile fare una cosa del genere per “Quantum of Solace” ad esempio, per la grande distribuzione che avrà (chissà che invece non venga smentito!), ma per progetti come “Si può fare”, che meriterebbero davvero di essere messi di più in luce, ne vale la pena. Abbiamo forse il vero capolavoro del 2008, o meglio, un vero capolavoro italiano del 2008. E scusate se è poco.
luca
Siamo matti mica scemi

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