E la domanda sorge spontanea: perchè Giulia non esce la sera? Perchè Giulia, la protagonista femminile della storia, è una detenuta in libertà vigilata, che di giorno fa l’istruttrice di nuoto ma la sera deve tornare in carcere. Proprio nella piscina in cui lavora incontrerà Guido Montani, scrittore di successo, a cui però manca qualcosa. Mancano le motivazioni per continuare a fare il suo mestiere, un bacino di pubblico medio-grande che lo apprezza, e l’appoggio di chi gli sta più vicino. Guido è candidato nella cinquina finale di un ambito premio letterario, con altri scrittori che a lui non vanno molto a genio (uno in particolare). E’ interessante come, nelle prime due scene del film, vediamo subito i due protagonisti della storia: tanto per mettere le cose in chiaro fin dall’inizio e non creare complicazioni inutili. Il pretesto grazie al quale Guido e Giulia si conoscono è l’abbandono del corso di nuoto da parte di Costanza, la figlia di Guido appunto. Quest’ultimo deciderà di iscriversi al corso al suo posto, per imparare finalmente a nuotare. Nuotare, restare a galla… questo film è ricco di metafore, più volte evocate e molto suggestive. Una scena clou è quella in cui Guido dice a Giulia: “Io non sono un grande nuotatore, forse non lo sarò mai. però te l’ho detto, io a galla ci so stare. Non ci vado giù; mi aggrappo a qualsiasi cosa, come fanno tutti. Tutti si aggrappano a qualcosa…. Appoggiati a me; non ce la fai a portarmi giù; neanche tu ci riesci”. E’ un dialogo che racchiude un po’ tutto il senso della storia, che ruota intorno a quel filo sottile tra rassegnazione e voglia di vivere e che rischia di spezzarsi da un momento all’altro. In “Giulia non esce la sera” c’è molto “umorismo malinconico” (come è stato definito dalla critica): non è raro sorridere a battute fatte per stemperare il clima pesante che attanaglia la pellicola, perchè diciamolo chiaramente: questo è davvero un film drammatico, molto triste. Nella prima parte della pellicola, Guido nello scrivere il suo prossimo libro è indeciso tra diverse storie: un prete che va in un privè, un uomo che si innamora della commessa di un negozio di ombrelli ecc. Tutte storie di amori impossibili, potremmo dire, tutte storielle raccontate benissimo e sintetizzate con poche immagini ma forti, d’impatto. Ed in queste storie c’è forse un po’ quello che cerca Guido. Perchè sì, Guido è sposato ed ha una figlia, ma il suo matrimonio non va proprio a gonfie vele, anzi. La stessa moglie in una scena gli chiede cos’abbia lei che non va, se sia troppo normale e banale per lui. Probabilmente sì. E’ uno scrittore di nicchia Guido, è uno scrittore (ma soprattutto un uomo, dato che si sta parlando della vita privata) che pur leggendo poco, non conoscendo il francese e tante altre cose, non ama la normalità e la banalità, o comunque sono situazioni che gli stanno strette quelle in cui si trova inizialmente. Detesta rilasciare interviste, partecipare a serate mondane, portare avanti la vita dello scrittore di successo insomma. Sia la sua che quella di Giulia sono vite sospese, alla ricerca di un qualcosa di utopico, forse quella felicità che Guido definisce come “la tristezza che fa le capriole”. Un personaggio con cui lega lo scrittore è Filippo, il fidanzatino di Costanza. E’ il classico secchione: sa tutto, conosce il francese grazie al quale traduce le canzoni a Guido e ci mette tre ore a scegliere cosa prendere alla macchinetta degli snack e delle bevande, perchè deve soppesare tutti i vantaggi e gli svantaggi di ogni singolo prodotto. Un fenomeno insomma. Ora veniamo a Giulia: di lei c’è da dire meno, o meglio il suo personaggio emerge di più nella seconda parte che nella prima. Sappiamo che ha ucciso un uomo, che è sposata e che ha una figlia, Viola, con la quale tenta inutilmente di ricucire un rapporto. Non la vediamo dentro il carcere, ma solo quando vi fa ingresso. La vediamo soltanto in piscina e, in una occasione, al mare. In sintesi è l’acqua l’elemento che unisce Guido e Giulia, e non a caso una delle scene più significative è quella in cui Giulia porta Guido sott’acqua. Perchè sott’acqua si è fuori dal mondo: suoni confusi e non distinguibili, oggetti e persone che si muovono dolcemente, un’atmosfera che solo coloro che nuotano conoscono. Le storie di Guido e Giulia sono senza speranze, come i finali dei libri di Guido che nessuno riesce mai a leggere. Può non sembrare dal mio racconto per il semplice fatto che le interpretazioni dei due protagonisti sono giocate molto sull’espressività e gli sguardi, oltre che su parole sempre ben pesate ed importanti. Il merito di tutto ciò è di Valeria Golino e di Valerio Mastandrea, che si afferma sempre più come uno dei migliori attori del nostro cinema. Perchè, anche se in realtà stupisce, “Giulia non esce la sera” è italianissimo, alla faccia di chi dice che il cinema italiano è in crisi. Pellicole italiane recenti degne di note ce ne sono eccome, basta cercarle: “Si può fare” (proposto per la candidatura all’Oscar poi andata, per ragioni politiche, a “Baarìa” di Giuseppe Tornatore), “Lo spazio bianco” (da poco recensito su questo blog) e il film in questione, tra gli altri. Ho appreso che il regista che ha diretto questa storia, Giuseppe Piccioni, ha già girato pellicole molto valide. Le recupererò. Per adesso, sono ancora devastato da questa storia così triste (non piangevo così tanto guardando un film da tempo), importante, e vicina alla gente più di quanto si possa credere. Splendida l’ultimissima scena, in cui vediamo Guido e sua figlia Costanza che si consolano delle amarezze della vita mangiando una scatola di cioccolatini. Data la bravura della regia, la validità della sceneggiatura e la credibilità in toto della pellicola, entra sicuramente nella mia classifica.

Guido Montani (Valerio Mastandrea)

“La felicità è la tristezza che fa le capriole”

Guido Montani (Valerio Mastandrea)

Io non sono un grande nuotatore, forse non lo sarò mai. però te l’ho detto, io a galla ci so stare. Non ci vado giù; mi aggrappo a qualsiasi cosa, come fanno tutti. Tutti si aggrappano a qualcosa…. Appoggiati a me; non ce la fai a portarmi giù; neanche tu ci riesci.


John Dillinger fu un rapinatore americano di banche attivo durante il periodo della Grande Depressione. Questo film narra la sua storia, come altri diciassette (tra il 1945 ed il 1995). Diretto da Michael Mann (Manhunter, L’ultimo dei Mohicani, Heat – la sfida tra gli altri) è una classica pellicola gangster. Molto tipico e commerciale (sicuramente nelle intenzioni, perlomeno), “Nemico pubblico” riesce abbastanza bene a conciliare il grande pubblico ed il pubblico più esigente, con un po’ di pazienza ovviamente. Ma ripartiamo dalla storia: John Dillinger rapina una banca in un minuto e quaranta secondi esatti (così dice nel film), ed è visto quasi con ammirazione dall’opinione pubblica. Perchè? Per un motivo molto semplice a cui nella pellicola non viene dato il giusto peso: “al termine delle abituali rapine, prese l’abitudine di dare alle fiamme i registri su cui erano annotati i debiti e le ipoteche, riuscendo ad attirare su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro in quegli anni di crisi economica e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica. “ (cito da Wikipedia). Nella pellicola tutta questa situazione (a meno che io non sia stato poco attento, poco probabile ma possibile) viene evocata in una sola battuta in cui si dice che Dillinger restituisce i soldi ai clienti delle banche rubate. Questa decisione potrebbe essere stata presa per non identificare troppo il pubblico con il cattivo, a rigor di logica, ma guardando il film si capisce che non è così. Viene posto molto l’accento sui comportamenti da “bravo ragazzo” di John, soprattutto nei confronti dei clienti che si trovano nelle banche al momento della rapina, e proprio sul suo essere “bravo ragazzo” nei confronti della sua compagna (le virgolette a mio parere sono sempre obbligatorie in questi casi). Non voglio criticare questa scelta, nient’affatto, anche perchè è il frutto del successo delle pellicole di gangster in sintesi. Basti pensare a “Il padrino”: chi vedendo quel film non si è identificato con Don Corleone? E’ naturale, è l’escamotage per avere una buona presa sul pubblico. Parlavo della compagna di Dillinger: è Billie Frechette, interpretata dal premio Oscar Marion Cotillard (miglior attrice per il film “La vie en rose”). E’ brava, soprattutto nella seconda parte in cui viene messa a dura prova, ma è penalizzata un po’ dal doppiaggio. Doppiaggio che penalizza, a volte anche molto, Christian Bale (in alcune volte è proprio ridicolo), a differenza della sua buona interpretazione che ricorda in alcuni frangenti il Bruce Wayne de “Il cavaliere oscuro” per espressività e freddezza. E a proposito di freddezza ecco il vero motivo per cui vale la pena vedere questo film piuttosto che un altro: l’interpretazione di Dillinger fatta da Johnny Depp. Mai sopra le righe, sempre misurato ed imperturbabile tranne che in una scena clou, quella della cattura della sua compagna in cui si lascia andare alle lacrime. E’ una scena “spartiacque” perchè preannuncia la fine, una fine che Dillinger già sa bene. Il finale è sicuramente la parte migliore della pellicola, e la cosa interessante è che è la vera fine di Dillinger quella che è stata riproposta sullo schermo, nei dettagli. E’ bellissimo il modo in cui Dillinger dice addio al pianeta Terra: in un cinema, guardando un film gangster (Manhattan Melodrama), un film che è in pratica la sua vita. Sa già che uscito da quel cinema sarà la sua fine, ma in quel momento non gliene importa niente: è lì, davanti alla sua vita riproposta su uno schermo, ed il suo sorriso beffardo vale più di mille parole. I difetti maggiori di questo “Nemico pubblico” sono la prima parte e la colonna sonora. La prima parte perchè è abbastanza piatta, non entusiasma, non lascia spazio a grandi speranze sulla buonissima riuscita della pellicola mentre poi (per fortuna) bisogna ricredersi e sorprendersi sul finale; la colonna sonora perchè qui è davvero utilizzata in maniera molto furba (comunissima, niente di originale, utilizzata un po’ a caso ed un po’ in pompa magna nelle scene più sentimentalmente coinvolgenti). Per fortuna c’è la seconda parte, in cui inizia la vera azione, in cui iniziano le vere sparatorie che valgono da sole il prezzo del biglietto, ed in cui ci si avvicina al finale che non esito a definire praticamente perfetto. Curiosità: il film è stato girato in digitale, ed in alcune scene si può osservare uno strano dinamismo che non ho apprezzato, e che non so se sia causato dal digitale o da una scelta voluta dal regista ed indipendente dal formato di ripresa. Tuttavita, a parte questo e l’effetto “Operatore della cinepresa, fermati un attimo!”, per fortuna presente in poche scene, la regia è buona. “Nemico pubblico”, pur non essendo un capolavoro e pur con tutte le critiche fatte, mi ha molto colpito e rientra nella classifica delle mie pellicole preferite.

Ecco una di quelle commedie che lasciano un sorriso amaro, almeno a me. Non perchè la pellicola non funzioni, ma perchè più che commedia in alcuni frangenti sembra un film drammatico. Tutto dipende dalla storia (liberamente ispirata dall’omonimo romanzo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa): Matteo Moretti (Alessandro Tiberi), il protagonista, è un genio della matematica, laureato, precario. Lavora in una grande azienda in fase di ristrutturazione, ed ha comprensibilmente paura di essere licenziato da un momento all’altro. Vive in una casa in affitto insieme all’amico Francesco (grande cinefilo che lavora come proiezionista, il personaggio più simpatico del film in fin dei conti) e a Beatrice, la Belen Rodriguez italiana (ho notato una somiglianza abbastanza impressionante, non so se solo io). Il film si può tranquillamente distinguere in due parti: la prima più leggera, da vera commedia, con battute a raffica e situazioni comiche; la seconda, più drammatica, con una situazione sempre più ingarbugliata. Uno schema abbastanza classico, come infatti è la struttura della pellicola, ma che non toglie comunque piacevolezza alla visione. “Generazione 1000 euro” è una storia che parla dei trentenni precari italiani, ma non solo. C’è la classica storia d’amore (figuriamoci se può mai mancare!) e c’è tutto il malessere di una società in affanno. Il film pone il protagonista di fronte ad un bivio, ad una scelta, perchè “arrivi ad un certo punto che devi darti delle risposte”. E così è. Personalmente concordo in pieno con questa scelta (che ovviamente non anticipo perchè altrimenti rivelerei il finale della pellicola), anzi, fin troppo titubante è stato il protagonista nel prenderla a mio parere (ma giustamente bisogna allungare il brodo in qualche modo all’interno della storia). Nel ruolo del “capo” di Matteo troviamo Angelica, una bellissima Carolina Crescentini, in un ruolo inizialmente non molto felice (da stronza, per intenderci), mentre sorprende positivamente il ruolo di Paolo Villaggio, professore dell’università dove Matteo tiene lezioni gratuitamente. Il personaggio di Beatrice è interpretato dalla (a me sconosciuta) bellissima Valentina Lodovini, mentre Francesco è Francesco Mandelli, volto noto di MTV (almeno da quello che ricordo io). Musiche, tra gli altri, di Malika Ayane, sceneggiatura abbastanza prevedibile (come peraltro spiega lo stesso amico di Matteo parlando di cinema in una scena), attori bravi e freschi e buona regia (di Massimo Venier, regista di molti film di Aldo, Giovanni e Giacomo), non un capolavoro ma comunque godibile. Consigliato per una serata in compagnia.

Francesco (Francesco Mandelli)
Questa è l’unica epoca dell’umanità in cui le persone tornano in Molise
Matteo (Alessandro Tiberi)
E quindi scopriremo che non solo l’impossibile può accadere, ma che accade sempre.
Matteo (Alessandro Tiberi)
Mi chiamo Matteo e sono un luogo comune.

Lei donna di centro che predica i valori della famiglia (ma ha alle spalle un traumatico divorzio, ora vive sola, e non è riuscita ad avere figli), lui uomo di sinistra, gay. Si gioca su questo scontro politico (tutto da ridere) la prima parte di “Diverso da chi?”, divertente commedia che quasi stona nel dorato mondo (spesso solo dal punto di vista degli incassi) delle commedie italiane. Nel corso della storia, si passa da uno scontro prettamente politico ad uno “sentimentale”. Piero Bonutti infatti, il protagonista interpretato dal sempre bravissimo Luca Argentero, è sposato (non legalmente, vivendo in Italia) con Remo, interpretato da Filippo Nigro. E l’incontro con Adele (Claudia Gerini) lo farà dubitare per un po’ della propria sessualità. Entrambi, infatti, diventeranno candidati dell’UD (parodia del PD), partito del centrosinistra che deve affrontare la concorrenza del sindaco Galeazzo (parodia di Berlusconi). E’ un film in cui non si ride a crepapelle, ma in cui si sorride molto, e a volte si riflette anche. Si ha la dimostrazione di quanti pregiudizi ci siano sui gay e sugli eterosessuali, e tutto ciò viene messo in scena con ironia. Da non sottovalutare i protagonisti secondari, come il duo Corazza/Serafini (Catania/Cederna) che inizialmente mette in moto la vicenda e sembra (come già è stato scritto) davvero prendere ispirazione dal gatto e la volpe. Poi ovviamente ci sono i protagonisti: una Claudia Gerini in splendida forma (fisica e “attoriale”) ed un Luca Argentero che non smette mai di sorprendere (ormai l’ho visto in diversi film, ed è sempre bravo). Volgarità zero, ed è una cosa che nelle commedie italiane degli ultimi anni non è affatto scontata, soprattutto visto e considerato che il materiale per i vari Vanzina non sarebbe mancato. Compaiono numerosi brani nei titoli di coda, ma non ho notato questa grande presenza della colonna sonora sinceramente. Regia molto ferma, poco dinamica (per fortuna, visto che non era proprio il caso dato il genere di film), sceneggiatura con qualche falla qua e là ma nulla di clamoroso, e recitazione a buon livello come già detto. “Diverso da chi?” è la classica pellicola con cui trascorrere una serata rilassante, con qualche risata, ma allo stesso tempo riflettere sulla società di oggi e condannarne (o apprezzarne, a seconda dei punti di vista) le sfaccettature. Azzeccato il contesto politico, così come la scelta di spostare la trama sul piano sentimentale nella seconda parte per evitare ripetitività. Ben fatto.

 

Piero Bonutti (Luca Argentero) e Adele Ferri (Claudia Gerini)
Adele: Ma perché non ammetti di essere diverso?
Piero: Io? Ma diverso da chi?!
Remo (Filippo Nigro)
Sei tesa? Ma guarda come giri la polenta…
Remo (Filippo Nigro)
Non mi importa se di una donna, di un cammello o di un alieno,
il fatto è che ti sei innamorato di qualcun’altro.
Adele Ferri (Claudia Gerini)
E mica sono una donne per tutte le stagioni.

Lebanon

25Ott09

Siamo di fronte ad un capolavoro, va detto. Non ho visto tanti film di guerra finora, ma questo è sicuramente quello che la rappresenta meglio. Inizialmente sembra di stare in un videogioco stile Call of Duty, invece è realtà. E’ la guerra vera. E’ stato presentato al Festival di Venezia, e non è un caso che abbia vinto la Palma d’oro come miglior film. Merita la visione perchè fa capire più di qualsiasi altra cosa l’orrore, l’inutilità, e soprattutto il danno a cose e persone provocato dalla guerra. Va fatto vedere nelle scuole, ai ragazzi, ma anche agli adulti (soprattutto quelli che non sono contro la guerra). Uno dei primi aggettivi che viene in mente all’inizio del film è “geniale”. Perchè? Per la tecnica di ripresa che ha utilizzato il regista. “Lebanon” è ambientato, come lascia intendere il titolo, durante la guerra del Libano del 1982. E’ stato paragonato a “Valzer con Bashir”, ma l’unica cosa che li accomuna è il periodo storico. Il film si apre subito con una splendida sequenza: un campo di girasoli appassiti, che piano piano grazie al vento iniziano a muoversi sempre più. E’ indice del fatto che le cose stanno cambiando, che la guerra sta iniziando. Ed è qui che si pensa all’aggettivo “geniale”, quando ci si accorge che il film è totalmente ambientato all’interno di un carro armato, e che lo spettatore vede ciò che succede attraverso il mirino del carro armato stesso. Un modo certamente originale, e soprattutto coinvolgente, per raccontare la vicenda. E’ come se in guerra ci andassimo noi, l’immedesimazione è pressochè totale. Della guerra viene fatto vedere tutto, anche i momenti più particolari, ed è questo a renderlo ancora più vicino allo spettatore ed alla realtà. La pellicola vola via in un attimo, grazie ad una regia come già detto ineccepibile, una sceneggiatura semplice ed una durata perfetta (finisce quando deve finire, senza se e senza ma). E’ di una durezza e crudezza impressionante, tant’è che è V.M. 14, perchè molti sono i feriti che sono mostrati, sempre per far capire ciò che la guerra provoca. Si notano dei primi piani molto stretti, stile Sergio Leone, che non possono non emozionare, non possono lasciare indifferenti. E’ una guerra vista con gli occhi, i nostri occhi, e quelli dei protagonisti che non sono i soliti personaggi duri e senza cuore. C’è spessore in questo film, c’è la descrizione della guerra. Ogni altra cosa è superflua, tant’è che scene superflue non ce ne sono. Assenti. Ha strameritato la Palma d’oro, per quanto mi riguarda merita anche l’Oscar come miglior film straniero (altro che “Baarìa”…). Entra tra i miei film preferiti. Esempio di pellicola utile e realizzata magistralmente. Da vedere e da premiare.


La differenza tra 01 Distribution (Rai) e Medusa (Mediaset)? La prima regala qualche bel film, la seconda qualche schifezza. Vuoi per la collaborazione con Fandango (in questo caso), vuoi per la maggiore selettività della 01 Distribution, film belli ne vengono sfornati ogni tanto. Ed Italiani.
“Lo spazio bianco” è la pellicola presentata a Venezia dalla regista Francesca Comencini, figlia del regista Luigi Comencini e sorella di Cristina Comencini. La protagonista è Margherita Buy, che sfodera una prova d’attrice straordinaria. La storia è quella di Maria (Margherita Buy, appunto), insegnante quarantenne di Napoli. Maria è sola, senza genitori né fidanzati, e passa i pomeriggi al cinema (meravigliosa  una frase del film: “La mia vita fa schifo come la tua, ma io ho la soluzione: il cinema”). Proprio grazie al cinema incontrerà Pietro, “ragazzo padre” con cui avrà una relazione (così dovrebbe essere ufficialmente, in realtà nel film come spesso accade ci sono questi due sconosciuti che dopo 10 secondi si baciano e dopo altri 10 sono a letto, ma vabbè, ci atteniamo alla trama). A questo punto Maria rimarrà incinta, ed è qui che inizia il film fondamentalmente. Inizia qui perchè qui si passa allo “spazio bianco” del titolo, a quello spazio tra la vita e la morte. Irene, la figlia di Maria, nascerà prematura al sesto mese, ed ecco che quindi la protagonista dovrà passare ben cinquanta giorni della sua vita ad aspettare, una cosa che proprio non lei sa fare. Lascerà l’attività di insegnante ed ogni altro svago per restare accanto alla figlia, in questi due interminabili mesi. Se già dalla trama si può intuire, vedendo la pellicola si può avere conferma del fatto che questo è un film emozionante. Ma non solo: riesce ad essere delicato, toccante, intenso, pieno di umanità e con una grande anima. Molti potranno superficialmente considerarlo “lento”, ma in realtà dietro quella apparente “lentezza” (che è comunque soggettiva) si nascondono le sensazioni di una madre che si ritrova all’improvviso in una situazione di questa stranezza e incertezza. E’ un film ben rappresentato, ed il merito principale è sicuramente della bravissima Margherita Buy, che dopo questo film mi ha convinto definitivamente. Qui non ha il classico ruolo della depressa (l’ho sempre vista in storie in cui impersonava questo tipo di personaggio), ma anzi ha un ruolo forte, in cui dimostra tutta la forza e tutta la speranza che una donna può avere. E poi c’è la regista, la Comencini. E’ riuscita a mettere su un film girato benissimo, dove non c’è l’effetto “Operatore della cinepresa, fermati un attimo!” che ho avvertito mio malgrado ultimamente in diverse pellicole. E’ ottima la sceneggiatura (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella) così come il montaggio che riesce a non “spezzare” drasticamente il film (qualcuno ha citato “Baarìa”?) ma anzi a tenerlo unito grazie anche ad una colonna sonora strepitosa. Grazie a brani di Ella Fitzgerald, Nina Simone, Blondie e Cat Power tra le altre (io mi sono già innamorato di “Where is my love” di Cat Power per l’appunto), la colonna sonora al femminile contribuisce a regalare momenti di grande emozione. Proprio qui sorge una delle “obiezioni” della critica (ma lo considero più un appunto) ed al tempo stesso una delle ragioni per cui la pellicola non ha avuto e non avrà vita facile in termini di incassi (purtroppo): è un film femminile. Femminile al punto tale che i maschi non ci sono, e quelle poche volte che ci sono non fanno una bella figura essenzialmente. La regista ha spiegato che la scelta non è stata fatta per denigrare il genere maschile, io aggiungo: “E anche se fosse? Chi se ne frega!”. E’ una pellicola cinematografica, punto. Un film può piacere o non piacere, può essere maschilista o femminista, ma è comunque uno spaccato di vita e per questo va rispettato. L’importante è la qualità, è quello che viene raccontato e come viene raccontato. Il cinema è profumo di libertà, oltre che arte: un’arte universale per esprimersi. Un’arte che va preservata e conservata, sempre. L’ultimo appunto di una critica che ho letto è stato quello del senso di incompiutezza che lascia la pellicola una volta usciti dalla sala. Devo dire che può accadere, può accadere a chi ha bisogno di un film in cui succedono una miriade di cose e tutte con una fine ben precisa. Per quanto mi riguarda, le sensazioni che ho provato uscito dalla sala non sono state dovute ad un’incompiutezza della storia, quanto ad un finale  che avrei fatto diversamente (avrei eliminato l’ultima scena, ovvero l’esito della storia, posso dirlo?). Paradossalmente sarebbe stata più incompiuta la mia visione della conclusione della vicenda, rispetto a quella della Comencini, che racconta praticamente tutto (e troppo, per come la penso io, ma comunque con riferimento solo al finale per fortuna). “Lo spazio bianco” tuttavia rimane un gran bel film, che meriterebbe di più. Fortemente consigliato. E scusate, se anche questa recensione a qualcuno parrà incompiuta.

La differenza tra 01 Distribution (Rai) e Medusa (Mediaset)? La prima regala qualche bel film, la seconda qualche schifezza. Vuoi per la collaborazione con Fandango (in questo caso), vuoi per la maggiore selettività della 01 Distribution, film belli ne vengono sfornati ogni tanto. Ed Italiani.

“Lo spazio bianco” è la pellicola presentata a Venezia dalla regista Francesca Comencini, figlia del regista Luigi Comencini e sorella di Cristina Comencini. La protagonista è Margherita Buy, che sfodera una prova d’attrice straordinaria. La storia è quella di Maria (Margherita Buy, appunto), insegnante quarantenne di Napoli. Maria è sola, senza genitori né fidanzati, e passa i pomeriggi al cinema (meravigliosa  una frase del film: “La mia vita fa schifo come la tua, ma io ho la soluzione: il cinema”). Proprio grazie al cinema incontrerà Pietro, “ragazzo padre” con cui avrà una relazione (così dovrebbe essere ufficialmente, in realtà nel film come spesso accade ci sono questi due sconosciuti che dopo 10 secondi si baciano e dopo altri 10 sono a letto, ma vabbè, ci atteniamo alla trama). A questo punto Maria rimarrà incinta, ed è qui che inizia il film fondamentalmente. Inizia qui perchè qui si passa allo “spazio bianco” del titolo, a quello spazio tra la vita e la morte. Irene, la figlia di Maria, nascerà prematura al sesto mese, ed ecco che quindi la protagonista dovrà passare ben cinquanta giorni della sua vita ad aspettare, una cosa che proprio non lei sa fare. Lascerà l’attività di insegnante ed ogni altro svago per restare accanto alla figlia, in questi due interminabili mesi. Se già dalla trama si può intuire, vedendo la pellicola si può avere conferma del fatto che questo è un film emozionante. Ma non solo: riesce ad essere delicato, toccante, intenso, pieno di umanità e con una grande anima. Molti potranno superficialmente considerarlo “lento”, ma in realtà dietro quella apparente “lentezza” (che è comunque soggettiva) si nascondono le sensazioni di una madre che si ritrova all’improvviso in una situazione di questa stranezza e incertezza. E’ un film ben rappresentato, ed il merito principale è sicuramente della bravissima Margherita Buy, che dopo questo film mi ha convinto definitivamente. Qui non ha il classico ruolo della depressa (l’ho sempre vista in storie in cui impersonava questo tipo di personaggio), ma anzi ha un ruolo forte, in cui dimostra tutta la forza e tutta la speranza che una donna può avere. E poi c’è la regista, la Comencini. E’ riuscita a mettere su un film girato benissimo, dove non c’è l’effetto “Operatore della cinepresa, fermati un attimo!” che ho avvertito mio malgrado ultimamente in diverse pellicole. E’ ottima la sceneggiatura (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella) così come il montaggio che riesce a non “spezzare” drasticamente il film (qualcuno ha citato “Baarìa”?) ma anzi a tenerlo unito grazie anche ad una colonna sonora strepitosa. Grazie a brani di Ella Fitzgerald, Nina Simone, Blondie e Cat Power tra le altre (io mi sono già innamorato di “Where is my love” di Cat Power per l’appunto), la colonna sonora al femminile contribuisce a regalare momenti di grande emozione. Proprio qui sorge una delle “obiezioni” della critica (ma lo considero più un appunto) ed al tempo stesso una delle ragioni per cui la pellicola non ha avuto e non avrà vita facile in termini di incassi (purtroppo): è un film femminile. Femminile al punto tale che i maschi non ci sono, e quelle poche volte che ci sono non fanno una bella figura essenzialmente. La regista ha spiegato che la scelta non è stata fatta per denigrare il genere maschile, io aggiungo: “E anche se fosse? Chi se ne frega!”. E’ una pellicola cinematografica, punto. Un film può piacere o non piacere, può essere maschilista o femminista, ma è comunque uno spaccato di vita e per questo va rispettato. L’importante è la qualità, è quello che viene raccontato e come viene raccontato. Il cinema è profumo di libertà, oltre che arte: un’arte universale per esprimersi. Un’arte che va preservata e conservata, sempre. L’ultimo appunto di una critica che ho letto è stato quello del senso di incompiutezza che lascia la pellicola una volta usciti dalla sala. Devo dire che può accadere, può accadere a chi ha bisogno di un film in cui succedono una miriade di cose e tutte con una fine ben precisa. Per quanto mi riguarda, le sensazioni che ho provato uscito dalla sala non sono state dovute ad un’incompiutezza della storia, quanto ad un finale  che avrei fatto diversamente (avrei eliminato l’ultima scena, ovvero l’esito della storia, posso dirlo?). Paradossalmente sarebbe stata più incompiuta la mia visione della conclusione della vicenda, rispetto a quella della Comencini, che racconta praticamente tutto (e troppo, per come la penso io, ma comunque con riferimento solo al finale per fortuna). “Lo spazio bianco” tuttavia rimane un gran bel film, che meriterebbe di più. Fortemente consigliato. E scusate, se anche questa recensione a qualcuno parrà incompiuta.


Trauma

13Ott09

Eccolo, Dario Argento. Questo film, se visto dopo robetta come “Il cartaio” o “La terza madre”, sembra un capolavoro. In realtà capolavoro non è, ma è sicuramente un gran bel film. Thriller all’italiana esportato in America, in sintesi è questo il modo migliore per descrivere “Trauma”. La storia è quella di una famiglia rumena, formata da Adriana ed Aura Petrescu (rispettivamente madre e figlia) e si svolge intorno ad una clinica per anoressici. Ma c’è molto di più. Tutto il film ruota intorno al tema della magia nera, del macabro, come fu per “Suspiria” e, in parte, per Profondo rosso. Ma qui non c’è nessuna scuola di ballo, solo una ragazzina anoressica con una madre mentalmente instabile. La ragazzina anoressica è Aura, interpretata da Asia Argento. E’ lei la protagonista della storia, il classico personaggio buono che riesce a sconfiggere il cattivo e bla bla bla. Il ruolo dell’aiutante è quello di David, che salva Aura durante un tentativo di suicidio e cerca di riportarla alla vita. Perchè “Trauma” funziona? Semplice, perchè quando un film ha una sceneggiatura che non fa acqua da tutte le parti, ma ha colpi di scena che si susseguono, interpretazioni non da Oscar ma neanche irritanti ed un buon livello di suspence, può definirsi un thriller-horror riuscito. E “Trauma” lo è. E’ la terza produzione americana di Argento, ed è emblematico il fatto che in America non abbia avuto il successo sperato. Come a dire: “I film belli non li vogliamo”. Dario Argento qui ci dimostra di essere un grande regista: grandi movimenti di macchina, inquadrature non fine a sé stesse, trovate geniali… è l’Argento che tutti noi amiamo di più. La produzione rifiutò di far scrivere le musiche ai mitici Goblin: essendo un film prodotto in America dovevano essere scritte da un autore conosciuto negli States. E così fu, Pino Donaggio ci regala musiche “di genere”, niente di altisonante ma il giusto. Credo che i Goblin avrebbero fatto di meglio, ma questo non lo sapremo mai. Tornando alla storia: l’assassino è un vero e proprio cacciatore di teste, sgozza le sue vittime come se si fosse alla ghigliottina (da qui l’omaggio iniziale alla Rivoluzione Francese). Ma se fa questo c’è un motivo ben preciso e lo si saprà alla fine del film, nulla è per caso nel cinema di Argento… E’ una pellicola da vedere, più che da raccontare, come molte del maestro dell’horror. Buona visione. :D


In 40 sale “Videocracy” ci è arrivato: il tanto chiacchierato documentario sulla televisione italiana è qui. Partiamo dall’inizio: Repubblica dà la notizia che la Rai ha rifiutato di mandare in onda nei suoi canonici spazi riservati al cinema il trailer di “Videocrazy – Basta apparire”, un documentario sulla televisione italiana ed il suo rapporto con la politica. Motivazione: “Non c’è un contraddittorio”. O_o Qualsiasi persona di buon senso e sana di mente potrebbe dire: “Un contraddittorio? Nel trailer di un film cinematografico?”. Be’, bisognerebbe riscrivere tutta la storia del cinema, non trovate? Nel trailer di ogni film quindi, secondo la Rai, ci dovrebbero essere necessariamente il buono e il cattivo, il diavolo e l’acquasanta, il forte e il debole, la pace e la guerra, e via discorrendo a seconda del genere di film. Tutto ciò ha senso? No.
Ma veniamo all’oggetto della recensione: “Videocracy” si apre con le immagini della rivoluzione televisiva italiana (ed anche culturale, secondo la condivisibile tesi del regista). Donne che si spogliano, spettatori “eccitati” dalla cosa, battute varie ecc. Tutte cose che vediamo molto spesso in tv (viene mostrato anche il “defilèe” di “Ciao Darwin”, esempio perfetto della situazione appena descritta). L’autore ritiene che questa rivoluzione televisiva iniziata trent’anni dal “presidente” abbia comportato un decadimento della società, dei suoi valori, una rivoluzione culturale in negativo. L’80% degli italiani si informa principalmente attraverso la televisione, e la televisione in Italia è Silvio Berlusconi. Per farci entrare di più nella vicenda il regista decide di raccontare la storia di Ricky, che poi è finito tra i “talenti incompresi” di X-Factor. Il ragazzo intervistato ha, come molti, il desiderio ossessivo di entrare in televisione, di rendersi popolare, di farsi vedere. Ritiene che andando in tv si è visti da tutti, si acquista fama, e che grazie alla televisione si vive per sempre. In realtà Ricky è un operaio che ha la passione per le arti marziali, e si chiede: “E perchè io dovrei passare tutto il resto della mia vita a fare l’operaio?”. Poi continua affermando che le ragazze in tv rubano il posto ai maschi, perchè scendono a compromessi. Come già detto Ricky riuscirà per pochi minuti a realizzare il suo sogno, anche se forse non nel modo che voleva lui. A Berlusconi è affidata la prima parte del film e, dato che il documentario è stato realizzato per gli svedesi, per noi italiani non c’è niente di nuovo. Viene più volte ripetuto che in Italia televisione e politica coincidono. E poi qualche risata, quella sì, perchè vedere la campagna elettorale “Meno male che Silvio c’è” qualche sorriso lo strappa per forza. Tutte donne nel video tra l’altro, come mi facevano notare. “Videocracy” è stato accusato di essere superficiale e sommario, ed è in parte vero. Non vengono analizzate la carriera politica e la vita di Berlusconi nel dettaglio, si rimane sempre sul generale, è un riassunto del riassunto diciamo. Paradossalmente trovano più spazio personaggi come Lele Mora e Fabrizio Corona, ai quali è dedicata la seconda parte. Mentre Corona spiega il suo modus operandi (“vado lì, dico quattro minchiate…”), il primo ci mostra allegramente video fascisti sul cellulare, affermando con orgolio di essere mussoliniano. Alcuni critici lo hanno accusato di una certa lentezza nel montaggio ma, aggiungo io, è un documentario, mica un colossal americano con effetti speciali! Gli stessi critici hanno anche affermato che alcuni giovani vedendo questo film potrebbero vedere Corona come esempio da seguire. Ritengo questa affermazione un’idiozia per due semplici motivi: il primo è che le uniche persone giovani che potrebbero andare a vedere questo film (oltre a quelli che sono giovani fuori ma grandi dentro, e si interessano anche ad argomenti politici) sarebbero le ragazzine, se si spargesse la voce che in una scena viene mostrato Fabrizio Corona completamente nudo; il secondo è che comunque di Corona viene data un’immagine tutt’altro che positiva (e vabbè, ci sono sempre le interpretazioni, ma a me il dato appare quantomeno lampante). La durata della pellicola non è eccessiva, anzi: 85 minuti che scorrono via in un lampo tra risate (“C’è poco da ridere…”, diceva il custode del cimitero in “Bianco, rosso e Verdone”) e riflessioni. Traendo le conclusioni, “Videocracy” non è niente di nuovo per persone bene informate. E’ un ripasso, un ripasso comunque doveroso, e come ha scritto L’Unità: “A voler censurare Gandini (il regista, ndr) dovrebbero essere gli albergatori, non la Rai.”. Sì, perchè dopo aver visto questo documentario molti svedesi forse andranno in ferie da qualche altra parte.

Presentato ed acclamato alla Mostra del cinema di Venezia, in 40 sale “Videocracy” ci è arrivato: il tanto chiacchierato documentario sulla televisione italiana è qui. Partiamo dall’inizio: Repubblica dà la notizia che la Rai ha rifiutato di mandare in onda nei suoi canonici spazi riservati al cinema il trailer di “Videocrazy – Basta apparire”, un documentario sulla televisione italiana ed il suo rapporto con la politica. Motivazione: “Non c’è un contraddittorio”. O_o Qualsiasi persona di buon senso e sana di mente potrebbe dire: “Un contraddittorio? Nel trailer di un film cinematografico?”. Be’, bisognerebbe riscrivere tutta la storia del cinema allora, non trovate? Nel trailer di ogni film quindi, secondo la Rai, ci dovrebbero essere necessariamente il buono e il cattivo, il diavolo e l’acquasanta, il forte e il debole, la pace e la guerra, e via discorrendo a seconda del genere di film. Tutto ciò ha senso? No.

Ma veniamo all’oggetto della recensione: “Videocracy” si apre con le immagini della rivoluzione televisiva italiana (ed anche culturale, secondo la condivisibile tesi del regista). Donne che si spogliano, spettatori “eccitati” dalla cosa, battute varie ecc. Tutte cose che vediamo molto spesso in tv (viene mostrato anche il “defilèe” di “Ciao Darwin”, esempio perfetto della situazione appena descritta). L’autore ritiene che questa rivoluzione televisiva iniziata trent’anni fa dal “presidente” abbia comportato un decadimento della società, dei suoi valori, una rivoluzione culturale in negativo. L’80% degli italiani si informa principalmente attraverso la televisione, e la televisione in Italia è Silvio Berlusconi. Per farci entrare di più nella vicenda il regista decide di raccontare la storia di Ricky, che poi è finito tra i “talenti incompresi” di X-Factor. Il ragazzo intervistato ha, come molti, il desiderio ossessivo di entrare in televisione, di rendersi popolare, di farsi vedere. Ritiene che andando in tv si è visti da tutti, si acquista fama, e che grazie alla televisione si vive per sempre. In realtà Ricky è un operaio che ha la passione per le arti marziali, e si chiede: “E perchè io dovrei passare tutto il resto della mia vita a fare l’operaio?”. Poi continua affermando che le ragazze in tv rubano il posto ai maschi, perchè scendono a compromessi. Come già detto Ricky riuscirà per pochi minuti a realizzare il suo sogno, anche se forse non nel modo che voleva lui. A Berlusconi è affidata la prima parte del film e, dato che il documentario è stato realizzato per gli svedesi, per noi italiani non c’è niente di nuovo. Viene più volte ripetuto che in Italia televisione e politica coincidono. E poi qualche risata, quella sì, perchè vedere la campagna elettorale “Meno male che Silvio c’è” qualche sorriso lo strappa per forza. Tutte donne nel video tra l’altro, come mi facevano notare. “Videocracy” è stato accusato di essere superficiale e sommario, ed è in parte vero. Non vengono analizzate la carriera politica e la vita di Berlusconi nel dettaglio, si rimane sempre sul generale, è un riassunto del riassunto diciamo. Paradossalmente trovano più spazio personaggi come Lele Mora e Fabrizio Corona, ai quali è dedicata la seconda parte. Mentre Corona spiega il suo modus operandi (“vado lì, dico quattro minchiate…”), il primo ci mostra allegramente video fascisti sul cellulare, affermando con orgolio di essere mussoliniano. Alcuni critici lo hanno accusato di una certa lentezza nel montaggio ma, aggiungo io, è un documentario, mica un colossal americano con effetti speciali! Gli stessi critici hanno anche affermato che alcuni giovani vedendo questo film potrebbero vedere Corona come esempio da seguire. Ritengo questa affermazione un’idiozia per due semplici motivi: il primo è che le uniche persone giovani che potrebbero andare a vedere questo film (oltre a quelli che sono giovani fuori ma grandi dentro, e si interessano anche ad argomenti politici) sarebbero le ragazzine, se si spargesse la voce che in una scena viene mostrato Fabrizio Corona completamente nudo; il secondo è che comunque di Corona viene data un’immagine tutt’altro che positiva (e vabbè, ci sono sempre le interpretazioni, ma a me il dato appare quantomeno lampante). La durata della pellicola non è eccessiva, anzi: 85 minuti che scorrono via in un lampo tra risate (“C’è poco da ridere…”, diceva il custode del cimitero in “Bianco, rosso e Verdone”) e riflessioni. Traendo le conclusioni, “Videocracy” non è niente di nuovo per persone bene informate. E’ un ripasso, un ripasso comunque doveroso, e come ha scritto L’Unità: “A voler censurare Gandini (il regista, ndr) dovrebbero essere gli albergatori, non la Rai.”. Sì, perchè dopo aver visto questo documentario molti svedesi forse andranno in ferie da qualche altra parte.


Credo che questo sia il primo film musicale che vedo (no, “Yuppi Du” lo considero un capolavoro a parte). Ero curioso di vedere John Travolta nella parte della donna cicciona, ma alla fine oltre che meravigliarmi di quanta schifezza avesse sul corpo per essere così ho anche trovato un buon film. Cos’è che conta in un film musicale? Le canzoni, ovviamente. Be’, non saremo di fronte a successi della musica a livello mondiale, però sono canzoncine adatte alla protagonista (che è Tracy, la figlia del personaggio interpretato da John Travolta), ad un pubblico giovane, ma non solo. E’ una pellicola piena di buoni messaggi, ambientata all’inizio degli anni Sessanta (epoca che da sempre ho sognato di vivere, tra l’altro, ma questo non c’entra molto col film) in cui la rivalità tra bianchi e neri era molto accesa. Certo, oggi non possiamo dire che il razzismo non esista, ma di sicuro negli anni Sessanta in America era mooooolto peggio di oggi. La pellicola inizia con un assolo della protagonista che canta sorridente mentre va a scuola (cose tipo: “che bello iniziare una bella giornata” ecc., contenta lei!) nella città di Baltimora dove vive. Il titolo della pellicola, “Hairspray”, deriva dalla lacca che i divi del Corny Collins Show spruzzano in quantità industriali sulla propria testa. Il Corny Collins Show è il programma più amato dai giovani di Baltimora, un programma di ballo che va in onda ogni pomeriggio e sponsorizza, appunto, una lacca. Vedendo l’inizio della storia non si direbbe proprio, come invece ho anticipato io all’inizio, che è piena di messaggi positivi: la sigla di questo programma recita frasi tipo: “per essere tra i tipi più simpatici della città non serve andare al collage o prendere la laurea”, frasi di simile significato. Ma bisogna essere pazienti. Le canzoni sono tante, tante, tante, ma è giusto così essendo un film musicale. Il fulcro della storia non è l’ascesa di Tracy nel mondo dello spettacolo, come si potrebbe pensare, ma l’integrazione razziale. Tracy sogna sì di sfondare nel mondo dello spettacolo, pur dopo i rifiuti iniziali da parte dei produttori dovuti al suo peso, ma è pronta a rinunciare a tutto questo per un mondo migliore. Che brava ragazza. Inizierà a fare amicizia con Link, il ragazzo più ambito dal collage (ed anche dalle ragazze di oggi, a dirla tutta, essendo l’attore che lo impersona Zac Efron), e con alcuni ragazzi di colore della sua scuola. Come? Molto semplice. Quando al collage i ragazzi prendono una nota, vengono tutti spediti in una classe apposita, dove però, mancando professori che sorvegliano, si balla! Ed è quindi un susseguirsi di passi nuovi, di nuove amicizie e flirt che nascono. La storia da qui si evolverà fino al finale molto bello, ma per non svelare troppo sulla trama passiamo anche agli altri personaggi. Il personaggio di Edna, ad esempio. E’ la madre cicciona di Tracy (ah ecco, visto che non l’ho specificato abbastanza, anche Tracy ha qualche chiletto in più diciamo così), fa la lavandaia e la sua massima aspirazione è quella di riuscire a togliere le macchie al meglio delle sue possibilità. Da una canzone del film si evince che non esce di casa da anni (all’inizio degli anni Sessanta canta: “Non esco di casa dal ‘51) ed ha un marito, Wilbur, interpretato dal simpatico Christopher Walken. Sorvolando sul fatto che ad un primo ascolto avevo capito che il personaggio di Walken si chiamasse Whirlpool (e dato che Whirlpool è una marca di lavatrici ed Edna è una lavandaia, be’, l’abbinamento sarebbe stato molto azzeccato), va detto che questo anziano ma simpatico signore gestisce nientemeno che un negozio di giocattoli. Giocattoli e gadget alquanto particolari, a dirla tutta, come ad esempio un cavallo al quale escono sigarette dal sedere. La coppia di coniugi è messa in ombra all’inizio della pellicola dalla figlia Tracy e dalla sua amica del cuore Penny (non è ricca, nonostante il nome, ma comunque una bellissima ragazza). Edna e Whirp… ehm Wilbur diventeranno invece più protagonisti nella parte finale della vicenda, tutta da scoprire. Tante chiacchiere, ora sta a voi. Consigliato un sistema dolby sorround per apprezzare al meglio le parti musicali (tante, tante, tante, ripeto) e, se proprio volete, un megatelevisore LCD per apprezzare al meglio le parti “visive” (chi ha detto Penny nelle scene finali?). Film molto carino, corale, con ottimi messaggi positivi verso i giovani e non solo. Consigliato.
Edna Turnblad (John Travolta)
Anche io sognavo di avere una lavanderia automatica a gettoni, ma ho dovuto abbassare la cresta molto rapidamente!
Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
Io ho seguito il mio sogno e adesso ho la cosa più preziosa che si possa desiderare!
Edna Turnblad (John Travolta) e Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
Questa è l’America: devi avere peso per essere grande!!!!!
Il peso non è un problema in questa casa!
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Sono una ragazza molto, molto cattiva che deve essere punita!
Edna Turnblad (John Travolta)
Non toglietemi forchetta o coltello quando vedo un cotechino…
Seaweed (Elijah Kelley) e Penny Pingleton (Amanda Bynes)
Ma tua madre è stata in marina?
Link Larkin (Zac Efron)
Credo che conoscerti sia l’inizio di un’avventura…
Link Larkin (Zac Efron)
Scusa non volevo rovinarti la pettinatura.
Edna Turnblad (John Travolta)
“Ma, Tracy, non posso uscire! I miei vicini non mi vedono da quando portavo la 42!”
Penny Pingleton (Amanda Bynes)
Sono una ragazza a cui piace la cioccolata
Motormouth Maybelle (Queen Latifah) e Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Ma dormivi durante le lezioni di storia?
(tracy): si come sempre…
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
La nostra first lady Jacquline Kennedy lo fà!
Edna Turnblad (John Travolta) e Link Larkin (Zac Efron)
Io non riesco a mangiare.
o vieni dentro non è un problema mangiare in questa casa
Amber von Tussle (Brittany Snow)
Questo trono è mio
Link Larkin (Zac Efron)
Se ti vede ballare così ti prende nel suo programma
Penny Pingleton (Amanda Bynes)
I’m big , blond , and beautiful = io sono grande , bionda e bella
Velma von Tussle (Michelle Pfeiffer)
Potrei farle una danza col ventaglio e lei rimarrebbe completamente ottuso
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Cancellare il negro day così… solo per essere convinti che tutti avessero lo stesso colore, che non sia nero,
giallo, e magari con qualche chilo in più…
Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
l’ïllusionista
Questo cuore batte solo per la taglia 60!
Link Larkin (Zac Efron)
Baciami il c**o
Mr Pinky (Jerry Stiller) e Edna Turnblad (John Travolta)
Lei cosa porta, la sesta?
La nona.
È lei la mia star!
Credo che questo sia il primo film musicale che vedo (no, “Yuppi Du” lo considero un capolavoro a parte). Ero curioso di vedere John Travolta nella parte della donna cicciona, ma alla fine oltre che meravigliarmi di quanta schifezza avesse sul corpo per essere così ho anche trovato un buon film. Cos’è che conta in un film musicale? Le canzoni, ovviamente. Be’, non saremo di fronte a successi della musica a livello mondiale, però sono canzoncine adatte alla protagonista (che è Tracy, la figlia del personaggio interpretato da John Travolta), ad un pubblico giovane, ma non solo. E’ una pellicola piena di buoni messaggi, ambientata all’inizio degli anni Sessanta (epoca che da sempre ho sognato di vivere, tra l’altro, ma questo non c’entra molto col film) in cui la rivalità tra bianchi e neri era molto accesa. Certo, oggi non possiamo dire che il razzismo non esista, ma di sicuro negli anni Sessanta in America era mooooolto peggio di oggi. La pellicola inizia con un assolo della protagonista che canta sorridente mentre va a scuola (cose tipo: “che bello iniziare una bella giornata” ecc., contenta lei!) nella città di Baltimora dove vive. Il titolo della pellicola, “Hairspray”, deriva dalla lacca che i divi del Corny Collins Show spruzzano in quantità industriali sulla propria testa. Il Corny Collins Show è il programma più amato dai giovani di Baltimora, un programma di ballo che va in onda ogni pomeriggio e sponsorizza, appunto, una lacca. Vedendo l’inizio della storia non si direbbe proprio, come invece ho anticipato io all’inizio, che è piena di messaggi positivi: la sigla di questo programma recita frasi tipo: “per essere tra i tipi più simpatici della città non serve andare al collage o prendere la laurea”, frasi di simile significato. Ma bisogna essere pazienti. Le canzoni sono tante, tante, tante, ma è giusto così essendo un film musicale. Il fulcro della storia non è l’ascesa di Tracy nel mondo dello spettacolo, come si potrebbe pensare, ma l’integrazione razziale. Tracy sogna sì di sfondare nel mondo dello spettacolo, pur dopo i rifiuti iniziali da parte dei produttori dovuti al suo peso, ma è pronta a rinunciare a tutto questo per un mondo migliore. Che brava ragazza. Inizierà a fare amicizia con Link, il ragazzo più ambito dal collage (ed anche dalle ragazze di oggi, a dirla tutta, essendo l’attore che lo impersona Zac Efron), e con alcuni ragazzi di colore della sua scuola. Come? Molto semplice. Quando al collage i ragazzi prendono una nota, vengono tutti spediti in una classe apposita, dove però, mancando professori che sorvegliano, si balla! Ed è quindi un susseguirsi di passi nuovi, di nuove amicizie e flirt che nascono. La storia da qui si evolverà fino al finale molto bello, ma per non svelare troppo sulla trama passiamo anche agli altri personaggi. Il personaggio di Edna, ad esempio. E’ la madre cicciona di Tracy (ah ecco, visto che non l’ho specificato abbastanza, anche Tracy ha qualche chiletto in più diciamo così), fa la lavandaia e la sua massima aspirazione è quella di riuscire a togliere le macchie al meglio delle sue possibilità. Da una canzone del film si evince che non esce di casa da anni (all’inizio degli anni Sessanta canta: “Non esco di casa dal ‘51″) ed ha un marito, Wilbur, interpretato dal simpatico Christopher Walken. Sorvolando sul fatto che ad un primo ascolto avevo capito che il personaggio di Walken si chiamasse Whirlpool (e dato che Whirlpool è una marca di lavatrici ed Edna è una lavandaia, be’, l’abbinamento sarebbe stato molto azzeccato), va detto che questo anziano ma simpatico signore gestisce nientemeno che un negozio di giocattoli. Giocattoli e gadget alquanto particolari, a dirla tutta, come ad esempio un cavallo al quale escono sigarette dal sedere. La coppia di coniugi è messa in ombra all’inizio della pellicola dalla figlia Tracy e dalla sua amica del cuore Penny (non è ricca, nonostante il nome, ma comunque una bellissima ragazza). Edna e Whirp… ehm Wilbur diventeranno invece più protagonisti nella parte finale della vicenda, tutta da scoprire. Tante chiacchiere, ora sta a voi. Consigliato un sistema dolby sorround per apprezzare al meglio le parti musicali (tante, tante, tante, ripeto) e, se proprio volete, un megatelevisore LCD per apprezzare al meglio le parti “visive” (chi ha detto Penny nelle scene finali?). Film molto carino, corale, con ottimi messaggi positivi verso i giovani e non solo. Consigliato.
Edna Turnblad (John Travolta)
Anche io sognavo di avere una lavanderia automatica a gettoni, ma ho dovuto abbassare la cresta molto rapidamente!
Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
Io ho seguito il mio sogno e adesso ho la cosa più preziosa che si possa desiderare!
Edna Turnblad (John Travolta) e Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
Questa è l’America: devi avere peso per essere grande!!!!!
Il peso non è un problema in questa casa!
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Sono una ragazza molto, molto cattiva che deve essere punita!
Edna Turnblad (John Travolta)
Non toglietemi forchetta o coltello quando vedo un cotechino…
Seaweed (Elijah Kelley) e Penny Pingleton (Amanda Bynes)
Ma tua madre è stata in marina?
Link Larkin (Zac Efron)
Credo che conoscerti sia l’inizio di un’avventura…
Link Larkin (Zac Efron)
Scusa non volevo rovinarti la pettinatura.
Edna Turnblad (John Travolta)
“Ma, Tracy, non posso uscire! I miei vicini non mi vedono da quando portavo la 42!”
Penny Pingleton (Amanda Bynes)
Sono una ragazza a cui piace la cioccolata
Motormouth Maybelle (Queen Latifah) e Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Ma dormivi durante le lezioni di storia?
(tracy): si come sempre…
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
La nostra first lady Jacquline Kennedy lo fà!
Edna Turnblad (John Travolta) e Link Larkin (Zac Efron)
Io non riesco a mangiare.
o vieni dentro non è un problema mangiare in questa casa
Amber von Tussle (Brittany Snow)
Questo trono è mio
Link Larkin (Zac Efron)
Se ti vede ballare così ti prende nel suo programma
Penny Pingleton (Amanda Bynes)
I’m big , blond , and beautiful = io sono grande , bionda e bella
Velma von Tussle (Michelle Pfeiffer)
Potrei farle una danza col ventaglio e lei rimarrebbe completamente ottuso
Tracy Turnblad (Nikki Blonsky)
Cancellare il negro day così… solo per essere convinti che tutti avessero lo stesso colore, che non sia nero,
giallo, e magari con qualche chilo in più…
Wilbur Turnblad (Christopher Walken)
l’ïllusionista
Questo cuore batte solo per la taglia 60!
Link Larkin (Zac Efron)
Baciami il c**o
Mr Pinky (Jerry Stiller) e Edna Turnblad (John Travolta)
Lei cosa porta, la sesta?
La nona.
È lei la mia star!

Il cinema di Giuseppe Tornatore è pure poesia. Sempre. Anche in questo caso, il regista siciliano ci fa emozionare e sognare come solo pochi altri registi riescono a fare. Definito “il più americano dei registi italiani” e “successore di Sergio Leone” dal Morandini, Tornatore con questo “La leggenda del pianista sull’oceano” sforna un altro capolavoro, all’altezza di “Nuovo cinema paradiso” e delle altre sue pellicole. La storia è quella di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, un uomo nato, cresciuto e vissuto sul transatlantico Virginian. Il nome così lungo deriva dalle seguenti circostanze: Danny Boodmann è il nome dell’uomo di colore che si è preso cura di lui e gli ha fatto da padre fino ad un certo punto; T.D. Lemon sono le lettere che erano scritte sulla culla nella quale stava dormendo; Novecento perchè è stato ritrovato il 1 gennaio 1900. La parte iniziale della pellicola, quella dell’infanzia del protagonista, è quella un po’ più lenta, noiosa (è una delle parti del film ridotta nella versione internazionale a causa di una clausola imposta a Medusa dagli americani). Si mostra la complicità tra Novecento ed il suo “padre” Danny Boodmann (soprattutto nelle scene in cui Novecento impara a leggere e Danny ride perchè il bambino legge nomi di cavalli) ed il modo in cui T.D. Lemon vive sulla nave. Il bambino infatti vive praticamente isolato, nascosto, giacchè “invisibile”: è come se non fosse mai nato, non ha documenti, nessun anagrafe, ospedale, o qualsiasi altra struttura lo conosce e, come viene detto durante il corso della storia, se si presentassero i genitori potrebbero anche accusare l’equipaggio di sequestro di persona. In parallelo all’infanzia/adolescenza di Novecento, viene mostrato il racconto che di lui fa l’amico fraterno Max al proprietario di un negozio di strumenti musicali, al quale lo stesso Max decide di vendere la sua tromba. Sono due personaggi (Max ed il proprietario del negozio di strumenti musicali) che sono fondamentali per la narrazione della storia. La voce narrante che attraversa tutta la pellicola è infatti quella di Max, voce narrante che ad alcuni può piacere e ad altri no (a me in genere non piace) e fa somigliare il film ad un libro in alcune parti (la pellicola è tratta dal monologo teatrale “Novecento” di Alessandro Baricco). Per la verità, questa “sovrapposizione temporale” (definizione forse impropria ma che aiuta a capire di cosa parlo) e le ambientazioni a tratti potrebbero ricordare alcuni momenti di “C’era una volta in America”, l’ultimo epico film di Sergio Leone. Che il cinema di Leone e Tornatore abbiano dei punti in comune, almeno sul piano delle emozioni, non vi sono dubbi. Le parti centrali e finali del film sono quelle che mostrano maggiormente la maestosità dell’opera del regista siciliano, della grandezza di questa pellicola. Viene raccontata l’età adulta di Novecento, con le scelte, le riflessioni, gli imprevisti di questo stravagante personaggio. Tante scene memorabili, tra cui quella del duello di pianoforte, del pianoforte in movimento, della dolorosa scelta finale di Novecento, dell’esecuzione del tema d’amore. E’ proprio l’assenza di una vera storia d’amore a differenziare questo film di Giuseppe Tornatore dai suoi altri lavori. Se infatti in “Nuovo cinema paradiso”, “L’uomo delle stelle” e “La sconosciuta” erano presenti più o meno costantemente storie d’amore, qui l’unica scena “romantica” in senso stretto è quella a cui accennavo prima, ovvero l’esecuzione e la conseguente registrazione del tema d’amore eseguito da Novecento. Il motivo per cui egli eseguirà un tema d’amore non è affatto casuale, ma è dovuto al fatto che stavolta il suo sguardo non si perderà nell’infinità del mare ma negli occhi di una ragazza, con il quale cercherà di venire a contatto successivamente. Diciamo che stavolta la storia d’amore tra uomo e donna è un po’ tralasciata (cosa che va accolta positivamente per il semplice e solo fatto che è un elemento che come già detto differenzia questo lavoro di Tornatore dagli altri) ma, aggiungo io, la vera storia d’amore c’è lo stesso: è quella tra Novecento e la musica. Un amore che di sicuro vive dalla nascita anche Ennio Morricone, compositore delle colonne sonore di questo film. Un anno di lavoro è costata a Morricone questa colonna sonora, e non ci si stupisce di questo data la mole di musiche presente. E’ una pellicola raccontata dalla voce narrante e dalla musica sostanzialmente, è la musica la vera protagonista del film. Se già in tutti i film a cui partecipa Morricone da’ un grande contributo, qui questo contributo è ancora maggiore. Sicuramente. Da sottolineare anche la sceneggiatura, che offre dei dialoghi davvero profondi, che lasciano riflettere lo spettatore. Prodotto da Medusa e costato la bellezza di 40 miliardi di lire (è del 1998), “La leggenda del pianista sull’oceano” è un film intenso, emozionante, come nella migliore tradizione di Tornatore. Imperdibile.

Che cosa hai fatto per tutti questi anni? (Max Tooney)
Ho suonato. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)

Da una nave si può anche scendere, ma dall’Oceano… (Max Tooney)

Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)

Perché perché perché perché perché… Ho l’impressione che sulla terra sprechiate troppo tempo a chiedervi troppi perché. Di inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate. Di estate avete paura che torni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove non siete: dove è sempre estate. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)

Santa Rosalia! Miracolo! – Ma quale Santa Rosalia, la Madonna di Lourdes è! La Madonna di Lourdes! (La folla degli emigranti)

Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine…
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
Era tutto molto bello, su quella scaletta… e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max
È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi… In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine.
C’era tutto.
Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita.
Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se tu.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai… Quella tastiera è infinita.
Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna.
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce, e quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato a vivere in questo modo.
La terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.
Non scenderò dalla nave.
Al massimo, posso scendere dalla mia vita. (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento)

Jelly Roll (Clarence Williams III) e Danny Boodman (Tim Roth)
Danny: Lei è quello che ha inventato il jazz, vero?
Jelly: Così dicono. E tu sei quello che suona solo se ha l’Oceano sotto il c**o,vero?”
DAnny: Questo lo dico io.

Danny Boodman (Tim Roth)
In c**o il regolamento!

Max (Pruitt Taylor Vince)
La vita non sarà immensa, ma almeno vale la pena di viverla

Max (Pruitt Taylor Vince)
Come si fa ad essere felici in un luogo che non si muove!? L’immobilità è la morte; la vita, l’amore, i sogni, tutto è movimento…

Danny Boodman (Tim Roth)
Ma come vuoi che creda a un mondo perfettamente immobile!?

Danny Boodman (Tim Roth)
E in c**o anche il Jazz!

Peter Vaughan
Non mi piacciono i segreti: sanno di mutande sporche.

Danny Boodman (Tim Roth)
Fumala tu, io non sono capace…

Danny Boodman (Tim Roth)
I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati.

Danny Boodman (Tim Roth)
Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita.

Se non sai cosa stai suonando allora è jazz

a vedi quella signora seduta laggiù deve essere tedesca…guardala…non sembra una che ha ucciso il marito con la complicità del giovane amante e sta fuggendo con tutta l’eredità…questa musica non le somiglia? e lo vedi quello li? sembra uno che ha troppi ricordi, la testa gli scoppia e non riesce a dimenticare niente…questa è la sua musica (Danny)