Drag me to hell
Non è un film da vedere al cinema, non è un film da vedere la sera al buio: è un bel film horror. Christine Brown è un’impiegata di banca che mira ad una promozione da vicedirettore. Brava e bella ragazza, determinata, un angelo praticamente. Non porta avanti la pratica del “lecchinaggio” con cui invece il suo “rivale” professionale cerca di ottenere il tanto ambito posto. Un giorno, però, la voglia di fare carriera le costerà molto caro: rifiuterà di rinnovare il mutuo ad una vecchia zingara a cui sta per essere tolta la casa. E da qui in poi, il putiferio. La prima cosa che stupisce in “Drag me to hell”, inizialmente, è la quantità di scene “disgustose”: vomito, dentiere in bella vista, e ciò che di peggio si ci può aspettare da una vecchia zingara. Non è sicuramente consigliata la visione durante o appena dopo i pasti, ecco. Superato lo stupore iniziale il disgusto diminuisce (o forse ci si abitua?) e si entra nel vivo della storia. Sì, perchè la vecchia zingara che si vede rifiutato il rinnovo del mutuo non sarà impassibile, ma anzi manderà a Christine una serie di maledizioni che non vanno augurate a nessuno. La Lamia è il demone che cercherà di impossessarsi della ragazza, sottoponendola a tre giorni di assoluta follia e crudeltà, tant’è che tutti la crederanno pazza. La sceneggiatura non è niente di originale: ma d’altronde di cosa si può parlare in un film horror? Qui vediamo il ritorno delle streghe, della magia nera, e non posso non ritornare con la mente a capolavori quali “Suspiria” del nostro Dario Argento. Elementi in comune tra le due pellicole, però, non ce ne sono moltissimi, anzi. Si può solo notare qualche ispirazione che Raimi ha preso da Argento per quanto riguarda la regia, per il resto nulla. “Suspiria” era giocato sulle musiche (splendida colonna sonora dei Goblin), sui sospiri appunto delle streghe, mentre “Drag me to hell” pur facendo un buon uso della parte musicale è votato più al “sobbalzamento dalla sedia”. Musica, musica dolce e lieve, silenzio, demone che appare all’improvviso. Tutto il film è così, va detto. E’ per questo che è stato considerato “horror comico”, e anche se non sono d’accordo con questa definizione, se ci atteniamo puramente a questo aspetto l’etichetta calza eccome. Vogliamo trovare una morale a questa pellicola? Troviamola. Aspetti centrali della storia sono la carriera, il denaro, un certo ambiente “aristocratico”. Pensiamo ai personaggi che sono tutti ricchi, o alla famiglia del ragazzo di Christine che inizialmente non vede di buon occhio la ragazza perchè “viene dalla fattoria”. La morale, che si capirà ovviamente guardando il proseguire della storia ed il finale, è quella che nella vita ci sono cose più importanti della carriera e dei soldi, che non sono obiettivi che vanno raggiunti a tutti i costi. L’aspetto horror, il demone, la zingara, sono tutte componenti che servono a supportare questa tesi. Questo se vogliamo a tutti i costi dare una morale al film, altrimenti la pellicola è godibilissima anche fermandosi al solo aspetto “comico”. Come già detto, uso sapiente delle musiche (molto belle alcune), e aspetti dell’horror classico (spavento improvviso) fanno di questo “Drag me to hell” un buon film. Se poi ci mettiamo il buon bilanciamento da parte del regista dell’aspetto classico dell’horror (quello accennato poc’anzi) e dell’aspetto “moderno” (scene disgustose ed effetti speciali), il risultato è davvero apprezzabile. Non siamo ai livelli del primo Argento o del Carpenter di “Halloween” e “La cosa”, ma dati i tempi va benissimo così.

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Tra le nuvole
Le principali qualità di “Tra le nuvole”? E’ un film semplice ed ironico. Ryan Bingham è un uomo “sospeso”, questa è la prima parola che mi viene in mente per descriverlo. E’ un “cacciatore di teste”, viene chiamato dalle aziende per licenziare dipendenti che i boss di quelle aziende non hanno il coraggio di licenziare. Di questi tempi, Ryan ha pane per i suoi denti. Dopo dei simpatici titoli di testa in cui vediamo delle città dall’alto (da un aereo, appunto) si passa subito al succo: un susseguirsi di dipendenti in lacrime, disperati, arrabbiati per aver perso il posto di lavoro. Tutti “consolati” dal signor Bingham. Questo essere umano che ha un compito così ingrato è interpretato da George Clooney. Il celeberrimo attore sfodera una interpretazione impeccabile: mai sopra le righe, mai sottotono, sempre al punto giusto insomma. Interpreta il personaggio in maniera così professionale (ed ironica nelle circostanze extra-lavorative, visto che il film lo è) che fa sembrare molto meno antipatico il suo personaggio. Ryan non ha una casa: vive tra un aeroporto e l’altro, tra una stanza d’albergo e l’altra, questa è la sua vita. Non ha legami, ha una famiglia che non vede mai, una sorella che sta per sposarsi, lui è sempre “in volo”, sia realmente che metaforicamente. Cerca di fuggire dalla realtà spostandosi da un luogo all’altro, viaggiando continuamente. Fa bene? Fa male? Se dovessimo parlare di questo una recensione non basterebbe. A sconvolgere la vita di Bingham ci pensano due donne, Natalie ed Alex: la prima sul piano lavorativo, la seconda su quello sentimentale. Molto simpatici i primi momenti in cui Ryan (un omaggio alla Ryanair? Potrebbe essere) ed Alex si incontrano: i due fanno a gara a chi ha più carte di credito, carte di compagnie aeree che danno privilegi ecc. Perchè, in fondo, il sogno di Bingham è quello di raggiungere dieci milioni di miglia. Sebbene possa sembrare “leggero” o solamente ironico, “Tra le nuvole” tratta invece temi molto più profondi: ad esempio non avevo mai visto l’amore raccontato con tanto realismo in una pellicola. E non parlo della storia tra Ryan ed Alex in particolare, ma dei discorsi che i due e Natalie fanno, mettendo a confronto l’idea di amore che hanno i giovani con quella che hanno le persone in fase più adulta. Io mi rispecchiavo nei discorsi dei due adulti, e dato che si parlava di amore non so quanto sia positivo. Risate, ma anche riflessioni quindi. E’ una commedia di quelle che adoro: battute al vetriolo, volgarità zero, sceneggiatura brillante, recitazione ragguardevole, semplicità ed humour (anche nero). Cose rare, perlomeno è raro che riescano ad essere tutte nella stessa pellicola. A proposito di temi importanti, il regista Jason Reitman è così bravo che ci fa quasi dimenticare che in realtà un tema chiave del film è la crisi economica e tutte le sue conseguenze. Credo che il suo obiettivo l’abbia raggiunto. Se non fosse stato per il protagonista (George Clooney) ed il regista di “Juno”, probabilmente questo piccolo capolavoro in Italia non sarebbe neanche arrivato. Mi ha riportato, per semplicità e genuinità, ai tempi di “10 cose di noi”, un altro gioiellino che qui era quasi introvabile e che ora dopo anni e anni è finalmente uscito in dvd. “Tra le nuvole” invece per fortuna si trova, quindi non lasciatevelo scappare. Stessa morale di “Into the wild”: lì era “La felicità è reale solo se condivisa”, qui è: “La vita è meglio in compagnia”. Perla rara.

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Avatar
Partiamo da un dato secondo me molto singolare: milioni di persone in tutto il mondo hanno visto e stanno ancora vedendo in questi giorni un film contro l’umanità, contro loro stessi, contro noi stessi. Hanno fatto sì che “Avatar”, a poco più di un mese dall’uscita in tutto il mondo, guadagnasse l’astronomica cifra di $1,624,059,398. Mancano poco più di 200 milioni di dollari e l’inarrivabile (almeno, fino ad ora, e negli incassi) “Titanic”, dello stesso regista James Cameron peraltro, sarà battuto. Ancora non ho capito in realtà quanto sia costato questo kolossal: prima lessi 200 milioni di dollari, poi 400, ora addirittura 800. Non so, mi viene ironicamente da pensare che prima o poi verrà fuori che è costato più di quanto abbia guadagnato. Scherzi a parte, viene da chiedersi: perchè tutta questa massa di gente a guardare “Avatar”? Essenzialmente per due ragioni: pubblicità e 3D. L’attesa riservata a questa pellicola è stata fin da subito altissima, perfino in Italia da mesi nei blog specializzati si sentiva il fermento dei più appassionati. Che poi, noi italiani, siamo gli ultimi a vederlo. Perchè? Perchè nel resto del mondo il film è uscito la settimana prima di Natale che qui, da tradizione, è riservata ai cinepanettoni. Si poteva correre il rischio di togliere pubblico a quelle grandi opere della cinematografia (ironicamente parlando, è ovvio)? No, e quindi eccoci qui, a parlare di questa pellicola molti giorni dopo rispetto agli altri. Siamo pur sempre italiani, dobbiamo farci riconoscere. Veniamo alla domanda chiave: com’è il 3D? Io sono andato a vedere “Avatar” esclusivamente per quello. Avevo due buoni gratis da spendere e allora ho voluto sperimentare questa nuova tecnologia. Va specificata una cosa, esistono ben tre tipi di 3D attualmente in Italia: Xpand3D, RealD e Dolby 3D. Da quel che ho capito il primo tipo è il migliore, e l’ultimo è il peggiore. Io ho avuto la fortuna di poter andare in una sala Xpand 3D quindi, se avete possibilità di scelta, optate per questa tecnologia o al massimo per il RealD. Una cosa buona, e non so se valga per tutti i cinema o è stata solo una coincidenza fortunata: non viene proiettata pubblicità prima del film, solo il trailer di “Alice nel paese delle meraviglie” in 3D di Tim Burton, in uscita a Marzo. Quindi, la prima cosa che ho visto in 3D è stato proprio questo trailer. Che dire, il 3D non può essere raccontato, va visto per rendersi conto delle sue potenzialità. Potrei dire: “Si vedono le immagini in rilievo e c’è più profondità”, ma non basterebbe a trasmettere l’adrenalina e l’immedesimazione che questa tecnologia offre. Si apre un mondo nuovo, cinematograficamente parlando, che offre davvero possibilità prima d’ora inimmaginabili. Unica controindicazione: è vero, può provocare mal di testa e bruciore agli occhi, ma ne vale la pena. Va preso a piccole dosi, è impensabile secondo me il 3D domestico di cui già si parla. Quello che mi chiedevo prima di entrare in sala è se “Avatar” fosse tutta tecnologia e zero emozioni, o riuscisse a bilanciare bene le due componenti. Inizialmente ero molto scettico. Sì, per carità, grandi effetti speciali, cose mai viste, bla bla bla, ma non vedevo altro. E invece, con mio grande stupore, c’è stata la cosa che più apprezzo in una pellicola: il crescendo. A poco a poco, il film ha cominciato a piacermi, ho cominciato ad apprezzarne gli aspetti più profondi della storia, a non farmi incantare dal 3D e basta. La critica ha da sempre detto che la sceneggiatura è prevedibile: vero. Molti dicono che sia una copia di “Pocahontas” in chiave moderna, io, non avendolo visto, non posso fare paragoni. Posso però dire che, nonostante questa “prevedibilità” tanto decantata, la pellicola ha un forte e chiaro messaggio: siamo la razza peggiore. Gli umani vengono giustamente descritti come esseri mossi solo dal denaro, dalla voglia di ottenere ciò che vogliono fregandosene di tutto il resto. E’ la verità, c’è poco da fare, ed il fatto che milioni di persone vedendo questa pellicola possano riflettere su questo fatto mi piace molto. “Avatar” non cambierà il mondo ovviamente, ma la pulce nell’orecchio la mette intanto. E non è poco, considerando che è un kolossal a farlo. Certo, non siamo di fronte ad un film d’autore, e quindi chi si aspetta che questa riflessione verrà approfondita attentamente e con originalità nella storia resterà deluso. Però, per quanto mi riguarda, è già un passo avanti rispetto a kolossal senza senso. Questo film ha già vinto 2 Golden Globes: miglior film drammatico e miglior regia. Lo aspetta ora una marcia trionfale verso gli Oscar, dove sicuramente farà incetta di candidature (e statuette?). E’ difficile paragonare “Avatar” alle altre pellicole, ed anche in sede di Oscar la cosa diventa secondo me imbarazzante. Il 3D rischia di far impazzire tutti, esalta moltissimo la pellicola e sicuramente la fa apparire anche migliore di quello che è. Mio malgrado, so già che premi che meritavano altre pellicole verranno dati ad “Avatar”. Funziona così, purtroppo, ma c’è da dire che dopo lo scempio dello scorso anno con 8 immeritati Oscar dati ad un film di mediocre qualità quale “The millionaire”, ormai dall’Academy mi aspetto di tutto. E poi, va reso atto a James Cameron di aver realizzato qualcosa senza precedenti, qualcosa di mostruosamente straordinario, una pellicola che tecnologicamente è una linea di demarcazione tra il prima ed il dopo. “Avatar” è potente (checchè ne dica qualche critico), trascinante, adrenalinico, riesce a combinare bene spettacolarità ed emozioni. Va visto assolutamente, sia per il 3D, sia perchè, e non me lo aspettavo proprio, è un bel film. Storia del cinema, in ogni caso.
-Jake Sully (Sam Worthington):
Manderanno un messaggio per dirci che loro possono prendersi tutto quello che vogliono ma, noi manderemo il nostro messaggio… Questa, questa è la nostra terra!
- Col. Quaritch (Stephen Lang):
Signore e Signori, non siete più in Kansas…Siete su Pandora!
- Jake Sully (Sam Worthington):
Si vive solo due volte. Se diventi qualcuno nella tua vita allora vuol dire che stai vivendo per la seconda volta.
- Jake Sully (Sam Worthington):
È fantastico!
- Jake Sully (Sam Worthington):
A volte tutta la vita si riduce a unico, folle gesto.
- Jake Sully (Sam Worthington):
Adesso mi sembra questa la realtà, e il mondo reale la fantasia.
- Jake Sully (Sam Worthington):
Ero un guerriero che sognava di portare la pace… ma prima o poi bisogna svegliarsi.
- Jake Sully (Sam Worthington):
Il più forte mangia il più debole, e nessuno muove un dito.
- La dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver):
Ci pisciano addosso e non ci fanno nemmeno la cortesia di chiamarla pioggia!
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La prima cosa bella
E’ la prima cosa bella del cinema italiano degli ultimi anni. O meglio, la più bella. Paolo Virzì ci racconta la storia di una famiglia livornese come nessun’altro in Italia, perlomeno in questo momento, sa fare. Giuseppe Tornatore ci ha provato con il suo “Baarìa”, che forse finirà nella cinquina finale degli Oscar, con un risultato molto deludente. Questa è tutta un’altra musica. Se nel film siciliano si prestava attenzione ai luoghi, alla ricostruzione storica, alle atmosfere, nella controparte livornese Virzì oltre a questi elementi sopperisce alle grandi mancanze del film di “Peppuccio” Tornatore: la sceneggiatura, i personaggi. Sì, perchè se quello era un gran calderone di scenette (neanche divertenti, a dir la verità), personaggi/macchietta, sequenze che non c’entravano niente l’una con l’altra e buchi di sceneggiatura pazzeschi, la pellicola in esame è tutto un susseguirsi di risate, lacrime, riflessioni. Virzì ha il senso dell’umorismo che Tornatore non ha avuto, ha il fiuto per gli attori che Tornatore non ha avuto, ha una capacità di “scrittura” (insieme ad altri due sceneggiatori) che Tornatore non ha avuto. E’ un paragone che ho fatto subito quello tra le due pellicole: vuoi perchè sono entrambe italiane, vuoi perchè una delle due è candidata immeritatamente all’Oscar, vuoi per dei punti in comune simili nella storia. Il grande passo falso di “Baarìa” è stato quello di voler raccontare un periodo storico così ampio (un secolo, praticamente), di voler raccontare il periodo storico più che i personaggi che ne erano protagonisti (una famiglia nell’arco di tre generazioni), e di raccontare il tutto, francamente, male. Virzì racconta la storia in una maniera molto più “onesta”, semplice pur con tutta la complessità di situazioni, condita da tanta ma tanta ironia (per stemperare i momenti più drammatici) e da vero grande regista qual è. Si parla della famiglia Michelucci, composta da: mamma Anna, papà Mario e i due figli Bruno e Valeria, più tutti i personaggi di contorno ovviamente. Il film è, come già detto, la storia di questa famiglia: dagli anni ‘70 ai giorni nostri. Figli cresciuti come pacchi sbattuti da una parte e dall’altra, genitori che non hanno un buonissimo rapporto, zia “nemica” della famiglia ecc. Gli attori e la loro splendida interpretazione valgono da soli il prezzo del biglietto: Valerio Mastandrea su tutti, che si dimostra ancora una volta uno dei più bravi attori italiani. Il suo personaggio stralunato, testardo, fuori dal mondo come quasi tutti gli altri personaggi interpretati dall’attore, fa sempre sorridere e riflettere. Poi abbiamo il personaggio di Anna che è interpretato da Micaela Ramazzotti nella parte da giovane e da Stefania Sandrelli in quello in età più avanzata. Sono entrambe bravissime, secondo me più la prima che ha anche più spazio durante la pellicola. Una sorpresa, per quanto mi riguarda, la sua interpretazione da donna esuberante, egocentrica, “generosa” con gli uomini e bellissima. Caratteristiche che rimangono ovviamente intatte nell’interpretazione fornita al personaggio da Stefania Sandrelli nella parte finale della vita, in cui, come dice il figlio Bruno, non sembra proprio che sia una malata terminale. Insomma, la gioia di vivere sicuramente non le è mai mancata. Valeria (interpretata da Claudia Pandolfi, apprezzabile la sua interpretazione) è la sorellina più piccola, quella più “ben voluta” dalla madre (ma neanche tanto, in fondo) ed “odiata” dal fratello più grande Bruno. Stupisce come quest’ultimo, pur sembrando stralunato, distratto, ed in conflitto perenne con tutto e tutti da sempre, sia quello che ha più ricordi di tutti, persino più della sorella stessa. Bruno è infelice, alla costante ricerca di droga per cercare di colmare il vuoto che ha dentro. E’ carattere, ci è nato così, e sicuramente la difficile storia della sua famiglia non lo ha aiutato. Avrà una sua piccola grande rivincita nel finale, con la compagna con cui ha una storia tormentata, in una bellissima scena che vale da sola la visione del film. Per quanto riguarda Valeria, be’, lei viene mostrata più da piccola che da grande. In età adulta la vediamo vicino alla madre, ma si ha l’impressione che il regista (giustamente, secondo me) si sia voluto più soffermare sul personaggio di Bruno (perchè più grande? Perchè più “complicato”?) che su quello della sorella minore. Tante cose non ho detto e tante cose potrei ancora dire, perchè “La prima cosa bella” è un calderone di emozioni, sentimenti, ed anche risate. Sì, perchè non è scontato. L’errore che non bisogna fare è quello di considerare questa pellicola “seria” (in senso negativo), drammatica, da pianto, escludendone quindi la visione per paura di rovinarsi la serata. Non è così, anzi, è il fior fiore della Commedia Italiana. E’ la Commedia Italiana. Come si dice nel trailer: “Per raccontare la storia della mia famiglia ci vorrebbe uno di quei filmoni di una volta”. Ebbene, eccolo.

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Io & Marilyn
Leonardo Pieraccioni, secondo me, è sottovalutato. Le sue commedie, spesso giudicate dai critici in egual modo rispetto a schifezza pura quale “Natale a….” (i film con Christian De Sica), possono stupire. Questo è uno dei casi appena citati. Sono entrato nella sala cinematografica senza grandi aspettative (ma sì, è di Pieraccioni ma è pur sempre il classico film di Natale no?) e invece ne sono uscito soddisfatto. La storia è quella di Gualtiero Marchesi (“come il cuoco ma non sono il cuoco”), un manutentore di piscine et simili. Con degli amici, ed una vicina di casa che si crede medium, organizza una seduta spiritica in casa. Quello che Gualtiero non si aspetta è che Marilyn Monroe, evocata nella seduta, appaia davvero. Da qui inizierà a vivere con questo vero e proprio fantasma, con tutti i vantaggi e svantaggi che ne derivano. Lo svantaggio più grande, ovviamente, è che tutti prendono Gualtiero per matto: si recherà ad un Centro di Igiene Mentale (dove troverà un professore interpretato addirittura da Francesco Guccini) e conoscerà Arnolfo, uno che matto lo è davvero. L’obiettivo di Gualtiero, grazie alla collaborazione del fantasma di Marilyn, è quello di rinconquistare l’ex moglie da cui ha avuto una figlia. I personaggi, anche quelli secondari, nelle pellicole di Pieraccioni sono tutti molto importanti. Si va dal maresciallo dei Carabinieri interpretato da Francesco Pannofino (il “Sonsei” dei Cesaroni, per capirci) all’antipaticissimo Biagio Izzo (la mia avversione verso di lui nel mio caso è indipendente dal personaggio che interpreta). Poi troviamo un ottimo Rocco Papaleo (credibilissimo nel ruolo del matto), e la coppia gay interpretata da Massimo Ceccherini e Luca Laurenti (che avrebbero meritato più spazio, e svolgono il loro compitino). Se la prima parte del film è fiacca e stupida, causa anche battute scontatissime e che non fanno ridere, dalla parte centrale in poi la pellicola diventa dignitosa. Grande spazio ai dialetti con Pieraccioni che parla un fiorentino non tanto sporco e comprensibile, e Biagio Izzo che, invece, parla un napoletano comprensibile solo ai napoletani stessi. Simpatica, in alcune circostanze, l’ambientazione circense: una delle scene più divertenti è sicuramente quella dello scoppio della bombola di elio. Marcavo poc’anzi questa distinzione tra prima e seconda parte perchè, con il proseguire della pellicola, cambia anche un po’ il tono del film. La seconda parte è infatti più “seria” (le virgolette sono d’obbligo), o meglio più votata alla riflessione ed all’evoluzione dei personaggi. Gualtiero dovrà dimostrare alla propria figlia di essere un buon padre (e lo dimostra con una scena molto intensa in cui spiega alla ragazza che il vero coraggio è quello di essere normali, di svegliarsi tutte le mattine e andare a lavorare per mantenere la famiglia) e non solo. Quello di Marilyn, lo si capisce un po’ già da questo commento, è un pretesto per attirare pubblico e per costruire una storia attorno al personaggio della celebre diva, o meglio per farle svolgere il ruolo che ha avuto Eric Cantona nel film “Il mio amico Eric” (con le dovute distinzioni, ovviamente). Marilyn è “l’aiutante”, molto semplicemente. “Io & Marilyn” è il film di Natale, il film da andare a vedere, ora, subito, adesso al cinema se volete anche voi contrastare l’avanzata dei “Natale a…”. Ed è anche, soprattutto, un bel modo per trascorrere due ore (pubblicità prima della pellicola inclusa, se optate per un multisala) spensierate. Non un capolavoro, ma neanche un film da una stellina su cinque. E’ un buon compromesso, tutto sommato.

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Il mio amico Eric
Eric Cantona ed il calcio fungono da pretesto per raccontare la storia di un uomo solo, di mezza età, abbandonato da tutto e tutti. Anche il protagonista si chiama Eric: Eric Bishop. E’ un postino delle poste britanniche, tutto casa, lavoro e partite del Manchester United. Vive con i due pestiferi figli adolescenti avuti dal suo perduto ma sempre grande amore Lily, che a distanza di trent’anni ancora non riesce a dimenticare. Gli amici/colleghi cercheranno di aiutarlo, prima cercando di farlo ridere (ma senza successo) e poi con una sorta di seduta spiritica che introdurrà “l’aiutante” della storia: nientemeno che Eric Cantona, “il miglior calciatore mai esistito” secondo il protagonista. Sarà poco tempo dopo questa seduta, infatti, che mentre Bishop parlerà con il suo gigante poster di Eric Cantona, il calciatore gli si materializzerà davanti, magicamente. In un film normale una circostanza del genere avrebbe fatto sorridere, sopratutto ridere, e portare la pellicola verso il ridicolo. Qui no. Ken Loach, l’abilissimo regista, riesce sempre a riportare il tutto verso una dimensione che sta a metà tra il comico ed il drammatico con grande maestria. Cosa poi da non sottovalutare, pone bene in evidenza il fatto che Eric Cantona altro non è che un amico immaginario di Bishop, che solo lui vede e con cui solo lui può parlare. Insomma, Eric Cantona è la parte “coraggiosa” di Eric Bishop, che il postino britannico finora non aveva mai lasciato uscire dal suo guscio. Ma, va detto, anche dopo la magica apparizione non è tutto un “rosa e fiori”: le difficoltà non si superano facilmente, il classico lieto fine è sospirato e quantomai desiderato. La cosa davvero sorprendente di questa pellicola, oltre alla bravura degli attori, è la storia per niente scontata. Ok, tutti sappiamo che finirà tutto bene ecc., ma nessuno si aspetta una serie di elementi che il regista pone in essere nel film quasi come una bomba ad orologeria, in maniera sorprendente e mai banale appunto. La caratteristica, poi, che questa pellicola ha in comune con altri “piccoli” ma grandi film, è il crescendo. Cosa c’è di più bello di una pellicola che inizialmente sembra convincere poco o per niente, e che poi quando scorrono i titoli di coda fa ricredere in toto delle precedenti, e sbagliate, impressioni? Niente probabilmente, dal punto di vista cinematografico. Dico sempre che le aspettative che si hanno prima di entrare in sala a vedere un film possono rovinare la visione del film stesso, bene, in questo caso il rischio è minimo proprio grazie a questo fondamentale ed apprezzabile aspetto. Tornando a Bishop, a causa della nipotina avuta dalla sua figlia femmina sarà costretto a rincontrare Lily, e lì saranno dolori. Non basteranno le perle di saggezza di Cantona a sistemare le cose, ci vorrà ben altro. “Il mio amico Eric” ha tanti punti di forza: emozione, commozione, comicità, riflessione, scandalo, rabbia, e tra questi anche la verosimiltà. Sì, perchè sebbene a nessuno di noi capita di avere di fronte il nostro idolo da un giorno all’altro, non si può negare che quando ci ritroviamo a riflettere facciamo più o meno la stessa cosa che fa Bishop: cerchiamo di trovare soluzioni, di tirarci su di morale, quando non è possibile lasciare il compito ai nostri amici lo facciamo da soli. Loach indaga nella natura dell’essere umano, ponendolo di fronte ai dubbi, alle incertezze, al coraggio di fare scelte difficili nella vita, e per rendere più “cinematografico” il compito affianca al protagonista un personaggio dotato di grande carica quale Cantona. Il suo valore aggiunto è impressionante: il calciatore riesce a dare a Bishop la forza che non ha (o meglio non sa di avere), ma allo stesso tempo rimane “dietro le quinte”, non mette in secondo piano quello che è il vero protagonista ovvero il postino. Il merito di questo ovviamente è del regista e dello sceneggiatore, che hanno fatto davvero un lavoro certosino e straordinario. Poi mettiamoci anche Steve Evets (che interpreta Bishop e che prima di fare l’attore era un marinaio/vagadondo come ricorda il suo aspetto), gli altri attori che interpretano i suoi colleghi, ed il gioco è fatto. Ne viene fuori un grande inno alla solidarietà, all’amicizia, al calcio vero (grandissima la scena in cui due fazioni opposte della tifoseria si mettono a disquisire di quanto bene per alcuni, e male per altri, abbia fatto gente come Murdoch al calcio), ma soprattutto alla vita. Nei primi dialoghi tra Bishop e Cantona il senso è più o meno il seguente: il primo si arrabbia con il secondo come a dire: “Si fa presto a parlare, poi però bisogna vedere la vita di tutti i giorni… tu sei ricco e famoso, che te ne frega!”. Arrivando alla fine della pellicola, però, si capisce che aveva ragione Cantona, quando a Bishop in questa scena rispondeva qualcosa come: “Ci sono sempre più scelte di quante crediamo, sempre. Più possibilità”. Piccola nota finale, che da’ un po’ il significato di quanto il film sia stato apprezzato: a fine proiezione la sala esplode in un applauso, un’ovazione. No, non parliamo di un pubblico di adolescenti che hanno visto il film di Natale, parliamo di una sala con gente che aveva un’età media di 40-50 anni ed in cui io ero lo spettatore più giovane. Un applauso a fine proiezione non lo vedevo da tanto, troppo tempo; l’ultima volta neanche me la ricordo. Tra i film preferiti.

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Giulia non esce la sera
E la domanda sorge spontanea: perchè Giulia non esce la sera? Perchè Giulia, la protagonista femminile della storia, è una detenuta in libertà vigilata, che di giorno fa l’istruttrice di nuoto ma la sera deve tornare in carcere. Proprio nella piscina in cui lavora incontrerà Guido Montani, scrittore di successo, a cui però manca qualcosa. Mancano le motivazioni per continuare a fare il suo mestiere, un bacino di pubblico medio-grande che lo apprezza, e l’appoggio di chi gli sta più vicino. Guido è candidato nella cinquina finale di un ambito premio letterario, con altri scrittori che a lui non vanno molto a genio (uno in particolare). E’ interessante come, nelle prime due scene del film, vediamo subito i due protagonisti della storia: tanto per mettere le cose in chiaro fin dall’inizio e non creare complicazioni inutili. Il pretesto grazie al quale Guido e Giulia si conoscono è l’abbandono del corso di nuoto da parte di Costanza, la figlia di Guido appunto. Quest’ultimo deciderà di iscriversi al corso al suo posto, per imparare finalmente a nuotare. Nuotare, restare a galla… questo film è ricco di metafore, più volte evocate e molto suggestive. Una scena clou è quella in cui Guido dice a Giulia: “Io non sono un grande nuotatore, forse non lo sarò mai. però te l’ho detto, io a galla ci so stare. Non ci vado giù; mi aggrappo a qualsiasi cosa, come fanno tutti. Tutti si aggrappano a qualcosa…. Appoggiati a me; non ce la fai a portarmi giù; neanche tu ci riesci”. E’ un dialogo che racchiude un po’ tutto il senso della storia, che ruota intorno a quel filo sottile tra rassegnazione e voglia di vivere e che rischia di spezzarsi da un momento all’altro. In “Giulia non esce la sera” c’è molto “umorismo malinconico” (come è stato definito dalla critica): non è raro sorridere a battute fatte per stemperare il clima pesante che attanaglia la pellicola, perchè diciamolo chiaramente: questo è davvero un film drammatico, molto triste. Nella prima parte della pellicola, Guido nello scrivere il suo prossimo libro è indeciso tra diverse storie: un prete che va in un privè, un uomo che si innamora della commessa di un negozio di ombrelli ecc. Tutte storie di amori impossibili, potremmo dire, tutte storielle raccontate benissimo e sintetizzate con poche immagini ma forti, d’impatto. Ed in queste storie c’è forse un po’ quello che cerca Guido. Perchè sì, Guido è sposato ed ha una figlia, ma il suo matrimonio non va proprio a gonfie vele, anzi. La stessa moglie in una scena gli chiede cos’abbia lei che non va, se sia troppo normale e banale per lui. Probabilmente sì. E’ uno scrittore di nicchia Guido, è uno scrittore (ma soprattutto un uomo, dato che si sta parlando della vita privata) che pur leggendo poco, non conoscendo il francese e tante altre cose, non ama la normalità e la banalità, o comunque sono situazioni che gli stanno strette quelle in cui si trova inizialmente. Detesta rilasciare interviste, partecipare a serate mondane, portare avanti la vita dello scrittore di successo insomma. Sia la sua che quella di Giulia sono vite sospese, alla ricerca di un qualcosa di utopico, forse quella felicità che Guido definisce come “la tristezza che fa le capriole”. Un personaggio con cui lega lo scrittore è Filippo, il fidanzatino di Costanza. E’ il classico secchione: sa tutto, conosce il francese grazie al quale traduce le canzoni a Guido e ci mette tre ore a scegliere cosa prendere alla macchinetta degli snack e delle bevande, perchè deve soppesare tutti i vantaggi e gli svantaggi di ogni singolo prodotto. Un fenomeno insomma. Ora veniamo a Giulia: di lei c’è da dire meno, o meglio il suo personaggio emerge di più nella seconda parte che nella prima. Sappiamo che ha ucciso un uomo, che è sposata e che ha una figlia, Viola, con la quale tenta inutilmente di ricucire un rapporto. Non la vediamo dentro il carcere, ma solo quando vi fa ingresso. La vediamo soltanto in piscina e, in una occasione, al mare. In sintesi è l’acqua l’elemento che unisce Guido e Giulia, e non a caso una delle scene più significative è quella in cui Giulia porta Guido sott’acqua. Perchè sott’acqua si è fuori dal mondo: suoni confusi e non distinguibili, oggetti e persone che si muovono dolcemente, un’atmosfera che solo coloro che nuotano conoscono. Le storie di Guido e Giulia sono senza speranze, come i finali dei libri di Guido che nessuno riesce mai a leggere. Può non sembrare dal mio racconto per il semplice fatto che le interpretazioni dei due protagonisti sono giocate molto sull’espressività e gli sguardi, oltre che su parole sempre ben pesate ed importanti. Il merito di tutto ciò è di Valeria Golino e di Valerio Mastandrea, che si afferma sempre più come uno dei migliori attori del nostro cinema. Perchè, anche se in realtà stupisce, “Giulia non esce la sera” è italianissimo, alla faccia di chi dice che il cinema italiano è in crisi. Pellicole italiane recenti degne di note ce ne sono eccome, basta cercarle: “Si può fare” (proposto per la candidatura all’Oscar poi andata, per ragioni politiche, a “Baarìa” di Giuseppe Tornatore), “Lo spazio bianco” (da poco recensito su questo blog) e il film in questione, tra gli altri. Ho appreso che il regista che ha diretto questa storia, Giuseppe Piccioni, ha già girato pellicole molto valide. Le recupererò. Per adesso, sono ancora devastato da questa storia così triste (non piangevo così tanto guardando un film da tempo), importante, e vicina alla gente più di quanto si possa credere. Splendida l’ultimissima scena, in cui vediamo Guido e sua figlia Costanza che si consolano delle amarezze della vita mangiando una scatola di cioccolatini. Data la bravura della regia, la validità della sceneggiatura e la credibilità in toto della pellicola, entra sicuramente nella mia classifica.
Guido Montani (Valerio Mastandrea)
“La felicità è la tristezza che fa le capriole”
Guido Montani (Valerio Mastandrea)
Io non sono un grande nuotatore, forse non lo sarò mai. però te l’ho detto, io a galla ci so stare. Non ci vado giù; mi aggrappo a qualsiasi cosa, come fanno tutti. Tutti si aggrappano a qualcosa…. Appoggiati a me; non ce la fai a portarmi giù; neanche tu ci riesci.

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Tags: 2009, Antonia Liskova, Chiara Nicola, Cinema, danmartin, Domiziana Cardinali, Federica Pontremoli, fenomeno, Giulia non esce la sera, Giuseppe Piccioni, Jacopo Domenicucci, Lidia Vitale, Paolo Sassanelli, Piera Degli Esposti, Sonia Bergamasco, Valeria Golino, Valerio Mastandrea
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